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martedì 20 marzo 2012
Pedagogia della musica
Occuparsi di formazione musicale significa prima di tutto fare i conti con due realtà istituzionali.
La prima, quella di una scuola che fa difficoltà a non identificare la cultura con i saperi formali, già strutturati in discipline e aree di sapere ben definite. La seconda, quella di una cultura musicale che, condizionata da un’estetica romantica in cui l’arte viene relegata nella "bella apparenza", è scarsamente interessata alla didattica ( o, perlomeno, alla sua messa a tema consapevole perché anche quella solfeggistica è una didattica, sia pur negativa). Complice l’immobilismo delle due istituzioni, in entrambi i casi viene a mancare la messa a fuoco della questione centrale: la natura costruttiva dell’elaborazione della conoscenza. La costruzione della conoscenza, che nella dimensione musicale trova la sua più incisiva esemplificazione, ha una natura circolare . Essa parte dall’esperienza sensibile, corporea, per giungere a forme simboliche che poi si ripresentano all’esperienza sotto forma di prodotti, di pratiche. Come ci ricorda la fenomenologia, ancora prima del linguaggio strutturato ( le strutture disciplinari o, nel nostro caso, la musica come forma elaborata), c’è uno strato più elementare, quello della corporeità percettiva, di cui le forme non sono che lo sviluppo. Le forme sono storicamente e culturalmente condizionate e hanno a che fare prima di tutto con la relazione sensoriale ed emotiva . La conoscenza è prima di tutto conoscenza sensibile. E’ da questo punto di vista che gli autori, dopo aver indagato quella via maestra della conoscenza che dovrebbe ispirare ogni didattica correttamente orientata, prendono in esame che cosa ciò possa significare nel campo della formazione musicale di base. Ponendosi dal punto di vista del bambino , con la sua multisensorialità , vengono indagati gli strati più elementari di senso dell’esperienza musicale (suono \ silenzio, forte \ piano, acuto \ grave, ecc.) che precedono naturalmente ogni visione di tipo prospettico, misurativo ( le durate, l’identificazione delle altezze, ecc.). L’intreccio naturale tra coppie primarie e forme organizzate (imitazione \ ripetizione \ variazione, contrasto \ opposizione, uniformità, figura \ sfondo, ecc.) va a costituire l’impianto di regole su cui possono essere costruite le produzioni musicali e articolato l’intervento pedagogico - didattico.
Nella parte terza del volume si contestualizza il discorso pedagogico fin qui prefigurato all’interno dell’organizzazione scuola, oggi impegnata nelle radicali trasformazioni connesse alla riforma dell’autonomia. Vengono così indagate le questioni della didattica della musica come progetto pedagogico (senso e significato di una progettualità didattica orientata alla forma ma aperta alla continua rinegoziazione ), del laboratorio musicale come luogo del "fare" produttivo di senso e di conoscenza e, infine, la questione cruciale della formazione degli insegnanti (viziata da sempre, come si sa, e più che in altre aree disciplinari, da una mancata formazione iniziale).
Il volume si conclude con alcuni capitoli dedicati alle proposte didattiche : prime esplorazioni e manipolazioni dei suoni ( esperienze multisensoriali delle coppie oppositive che costituiscono l’esperienza primaria del bambino con i suoni), parola ritmo, melodia (esperienze ritmico – melodiche con la voce, il corpo, gli strumenti: cellule ritmiche e ritmico - melodiche, brevi cenni di armonia), ascolto (esempi di percorsi di ascolto che, a partire dalle principali strutture compositive, portano a delineare, mediante giochi di improvvisazione creazione, nuovi percorsi da sviluppare in molteplici direzioni), sonorizzazione ( attività di esplorazione delle potenzialità espressivo - musicali presenti in un testo).
Il testo , dedicato principalmente alla formazione musicale di base , si rivolge a studenti di musica e di scienze dell’educazione, a insegnanti (in particolare della scuola di base e a quelli di loro che, con lo sviluppo dei laboratori musicali , intendono occuparsi di progettualità didattica e formativa con particolare riferimento alla musica) ad animatori musicali e culturali, a formatori.
A titolo esemplificativo, riportiamo di seguito due giochi musicali proposti nel volume, rispettivamente nel capitolo decimo (Prime esplorazioni e manipolazioni dei suoni) e undicesimo (Parola, ritmo, melodia. Esperienze ritmico - melodiche con la voce, il corpo, gli strumenti).
"Il direttore d’orchestra". Suono/silenzio, piano/forte. Prima esperienza di musica d’insieme
(p. 129).
Il direttore, in piedi in mezzo alla stanza, tende le braccia in avanti con i pugni chiusi uno vicino all’altro inducendo all’attenzione e al silenzio. Quando i pugni si aprono facendo vibrare le dita, tutti suonano il proprio strumento, ma quando i pugni del direttore d’orchestra tornano a essere chiusi ritorna il silenzio.
In questo gioco, grazie all’utilizzo dello schema corporeo e allo scambio di ruolo tra esecutore e direttore d’orchestra , si avvia in modo attivo e partecipato l’esplorazione dei principali elementi del linguaggio musicale, spesso basati su coppie oppositive come suono/silenzio, forte/piano, acuto/grave, crescendo/diminuendo.
Le braccia tese in avanti indicano che si deve suonare nella modalità piano , le braccia completamente aperte in fuori indicano il suono forte. Ciò accade solo se le mani sono aperte e le dita vibrano. Con i pugni chiusi ,infatti, in qualsiasi posizione c'è il silenzio. Come per la coppia suono/silenzio, anche qui la principale discriminazione è tra due polarità: il piano e il forte.
Giocando sull’intensità, il bambino percepisce prima di tutto la distinzione semplice e binaria forte/piano e, solo successivamente e con gradualità, riesce ad acquisire le altre gradazioni di intensità. Ecco perché partiamo prima dalla distinzione netta forte/piano e solo in un secondo momento inseriamo anche il crescendo e il diminuendo. Per far questo le braccia dell’insegnante si allargano lentamente facendo aumentare l’intensità del suono fino al massimo (braccia completamente aperte) e poi ritornano, sempre lentamente, alla posizione di partenza diminuendo gradualmente il suono.
"Una gru a spasso con un gatto". Dall’espressione ritmico -corporea a quella grafico - strumentale (pp.151 – 152).
L’insegnante disegna alla lavagna la figura della gru e ne imita l’andatura , portando verso l’alto un braccio e tenendo la mano racchiusa in avanti così da rappresentare il lungo collo con il grosso becco. L’altro braccio, piegato lateralmente e con dita appoggiate sulla spalla, rappresenta una delle due ali. le gambe si muovono lentamente con grandi passi. Ogni volta che i piedi dell’insegnante toccano il pavimento , tutta la scolaresca batte le mani sulle cosce e contemporaneamente dice: "Gru".
In questa prima fase del gioco i bambini sono impegnati in un lavoro di coordinamento oculo – verbo - motorio. Essi osservano, pronunciano la parola "gru" e battono le mani sulle cosce , guidati dalla cadenza lenta e regolare imposta dai passi dell’animale. Essi, pronunciando ripetutamente la parola "gru" determinano sequenze ritmiche regolari paragonabili a semiminime (1/4).
Ma ecco che la gru si ferma: ha visto un gatto, un suo vecchio amico. Questo nuovo personaggio si muove in modo differente dalla gru. Infatti cammina battendo forte il piede sinistro seguito subito da quello destro il quale, a sua volta, batte piano. Il ritmo della camminata del gatto è regolare ma più veloce rispetto a quella della gru. Corrisponde, più o meno, a una duina di crome (1\8 + 1\8). Come per la gru, anche in questo caso i bambini seguono i passi dell’insegnante - gatto e ritmano la camminata con la voce e con il gesto - suono. Il primo passo (quello forte), fa dire "Gat…" con la voce e battere un colpo sulle cosce , il secondo fa dire "…to" contemporaneamente a un battito di mani. Ora l’insegnante invita tutti i bambini a provare i passi della gru e del gatto. Per far questo suona i due tamburi grande e piccolo, con i quali ritma alternativamente le due andature. Quando i tamburi non suonano, tutti stanno fermi.
Inizialmente si ripete più volte lo stesso animale in modo che i bambini abbiano il tempo di provare, correggere (con l’aiuto dell’educatore ) e interiorizzare il coordinamento ritmico - corporeo necessario per fare il passo della gru e del gatto. L’insegnante o l’educatore mostra a questo punto come devono essere suonati sui tamburi i due ritmi. A turno ogni bambino prova a batterli mentre gli altri si muovono con il passo della gru o del gatto a seconda dell’indicazione che arriva dal compagno che sta suonando.
Esecuzione con lettura grafica. Riprodotte graficamente alla lavagna le due cellule verbo - ritmiche, i bambini leggono ad alta voce le varie sequenze. Contemporaneamente battono le mani sulle cosce in corrispondenza dell’accento tonico e le mani tra loro in corrispondenza dell’impulso debole.
Invenzioni di ritmi con gru e gatto. Dopo aver familiarizzato con il ritmo della gru e del gatto attraverso vari passaggi che hanno coinvolto i bambini dal punto di vista cognitivo, corporeo ed emotivo, siamo ora pronti per inventare semplici sequenze da scrivere ed eseguire con la voce, il corpo e gli strumenti. le due cellule ritmiche vengono combinate in vari modi.
La dislessia: come imparare a conoscerla
La dislessia evolutiva
La dislessia è un disturbo della lettura di natura
neurobiologica che si manifesta in individui in età evolutiva privi di deficit
neurologici, cognitivi, sensoriali e relazionali e che hanno usufruito di
normali opportunità educative e scolastiche.
È un disturbo di automatizzazione delle procedure di
transcodifica dei segni scritti nei corrispondenti fonologici in soggetti che
non abbiano patologie o traumi a differenza della dislessia acquisita.
L’O.M.S, l’Organizzazione mondiale della Sanità, ha stabilito che il livello
intellettivo deve essere nella norma, il livello di lettura deve essere
significativamente distante da quello di un coetaneo, il soggetto deve essere
indenne da problemi sensoriali e neurologici, il disturbo deve essere
persistente e deve presentare conseguenze sulla scolarizzazione o nelle
attività sociali in cui è richiesto l’impiego della lettura. È una condizione
clinica che interessa circa un bambino ogni trenta e deve essere considerata
non una patologia vera e propria ma una variante rispetto alla normalità.
La perdita della capacità di leggere in seguito a
eventi patologici che comportano danni cerebrali viene invece definita
Dislessia acquisita.
I bambini dislessici mostrano una inefficace
automatizzazione del processo di lettura, abilità che dovrebbe appresa alla
fine della seconda elementare circa ed essere strutturata dalla terza
elementare, età in cui il bambino dovrebbe velocizzare la lettura e accedere
direttamente al significato. Per quanto concerne la comprensione del testo
succede spesso che bambini dislessici riescano a comprendere ciò che hanno
letto anche con una qualità di lettura piuttosto scadente.
Da ciò si evince che i problemi di lettura del bambino
dislessico riguardano la velocità e la correttezza di lettura e non la
comprensione del testo cioè tutti i cosiddetti processi automatizzabili,
diversamente da quanto accade ai “cattivi lettori” che possono oralizzare bene
ma comprendono meno.
Alcune ricerche effettuate su soggetti della scuola
media inferiore hanno evidenziato che in lingue cosiddette “trasparenti” come
l’italiano (con un’elevata consistenza nelle corrispondenze grafema-fonema) il
corso naturale della dislessia evolutiva indica che i ragazzi di queste età
hanno migliorato sensibilmente le loro capacità di leggere correttamente anche
le parole ortograficamente complesse, mentre la loro velocità rimane
significativamente deficitaria. Da ciò si deduce che il vero “nocciolo duro”
del problema sia il parametro della rapidità che sottende l’automatizzabilità
dei processi.
A seconda della gravità dei soggetti essi possono
essere classificati in:
· Medio-lievi con un buon compenso ed una fluenza di
lettura sufficiente.
· Dislessici severi con discrepanza crescente che
rende difficile la comprensione.
Fasi della dislessia evolutiva
Prime fasi di apprendimento ( 1° elementare)
· Difficoltà e lentezza nell’apprendimento del codice
alfabetico e nell’applicazione delle “mappature” grafema-fonema;
· Controllo limitato delle operazioni di analisi e
sintesi fomemica con errori che alterano in modo grossolano la struttura
fonologica delle parole lette;
· Accesso lessicale limitato o assente anche quando le
parole sono lette correttamente;
· Capacità di lettura, come riconoscimento di un
numero limitato di parole note
Fasi successive (2°-4° elementare)
· Graduale apprendimento del codice alfabetico e delle
“mappature” grafema-fonema;
· Possono persistere difficoltà nel controllo delle
“mappature” ortografiche più complesse;
· L’analisi e la sintesi fonemica restano operazioni
laboriose e scarsamente automatizzate;
· Migliora l’accesso lessicale, anche se resta lento e
limitato alle parole più frequenti.
parliamo di... Assertività!
Assertività: Definizione
Essere
assertivi significa comunicare in maniera appropriata i propri pensieri, le
proprie idee, le proprie opinioni, i propri sentimenti. Significa rendere
espliciti i propri bisogni, le proprie richieste, le proprie necessità.
Significa
esprimere un'opinione, anche quando è contraria a quella dell'interlocutore.
Significa
confronto.
La persona
assertiva non cerca di vincere e prevaricare sull'altro; semplicemente cerca di
risolvere i problemi e di ottenere il risultato migliore per tutti.
Assertività
non è aggressività. La persona assertiva è meno aggressiva, meno arrabbiata,
meno ansiosa.
Assertività
non è passività. La persona assertiva è meno paurosa, meno timida, meno
passiva.
Quando l'assertività è importante
è importante
essere assertivi nelle circostanze che vengono generalmente ritenute
"difficili":
Parlare in
pubblico o con persone con cui non si ha famigliarità.
Fare
richieste, chiedere favori.
Far valere i
propri diritti, farsi rispettare.
Esprimere
emozioni negative: lamentele, risentimenti, critiche, disaccordo o
semplicemente il desiderio di essere lasciato in pace.
Rifiutare
richieste, dire di no.
Esprimere
emozioni positive, di gioia, orgoglio, attrazione, piacere. Fare complimenti.
Accettare i
complimenti degli altri, senza negare o minimizzare.
Chiedere
spiegazioni, chiarimenti.
Mettere in
discussione gli atteggiamenti autoritari o basati sulla tradizione.
Conversare
in maniera sicura e rilassata, esprimendo e condividendo opinioni, emozioni,
esperienze.
I propri diritti
Identificare doveri e diritti
Essere
assertivi significa esprimere, far rispettare, far valere, in maniera efficace,
i propri diritti, nel rispetto dei diritti degli altri.
Per poter
far valere i propri diritti è necessario capire quali sono i diritti di ognuno.
La nostra
educazione ci porta a seguire delle regole, delle cose che pensiamo di dover o
di non dover fare.
Non essere
egoista, non essere emotivo, non fare critiche, non essere irragionevole, non
disturbare o infastidire gli altri con i tuoi problemi, non lamentarti. Fai
quello che ti dicono, aiuta sempre chi ne ha bisogno.
Sono regole
molto sensate, ed è normale averle imparate, è corretto insegnarle ai nostri
figli. Queste regole, però, vanno rispettate con intelligenza. Se rispettate
sempre alla lettera ci portano ad un atteggiamento passivo e ci impediscono di
far valere i nostri diritti.
Ogni tanto
abbiamo diritto a pensare a noi stessi, ad esprimere il nostro stato emotivo,
ad esprimere delle critiche o delle perplessità, a fare degli errori o a non
essere troppo ragionevoli. Abbiamo il diritto di dire di no a chi ci chiede un
aiuto, se dire di si comporta un costo troppo alto. Abbiamo diritto noi stessi
di chiedere aiuto, di chiedere spiegazioni, di chiedere rispetto, di essere
riconosciuti, di essere stanchi, di non avere tempo e, a volte, di non avere
voglia.
I diritti
Il diritto
di decidere della tua vita, di perseguire i tuoi obiettivi, stabilire le tue
priorità.
Il diritto
di avere e sostenere i tuoi valori, le tue credenze, le tue opinioni, le tue
emozioni; il diritto di essere rispettato per questo, a prescindere dalle
opinioni degli altri.
Il diritto
di non dover giustificare o dare spiegazione delle tue azioni o dei tuoi
sentimenti.
Il diritto
di dire agli altri come desideri essere trattato.
Il diritto
di esprimere te stesso, di dire "NO", "non lo so",
"non ho capito", "non mi importa".
Il diritto
di prenderti il tempo necessario per formulare le tue idee prima di esprimerle.
Il diritto
di chiedere informazioni, di chiedere aiuto, senza per questo sentirti in
colpa.
Il diritto
di cambiare idea, di fare errori, a volte di comportarti in maniera illogica. A
patto, naturalmente, di accettare le conseguenze del tuo comportamento.
Il diritto
di piacerti, di accettarti anche se non sei perfetto. Di fare, a volte, meno
del massimo delle tue possibilità.
Il diritto
di avere relazioni positive, soddisfacenti che ti facciano sentire bene e
libero di esprimerti onestamente. Il diritto di cambiare, o concludere le
relazioni se queste non vanno incontro alle tue esigenze.
Il diritto
di cambiare la tua vita, migliorarla, il diritto di evolvere, nei termini che
tu ritieni opportuni.
Questi
diritti, naturalmente, vanno esercitati con buon senso, ragionevolezza,
intelligenza. Non riconoscere a se stessi questi diritti, però, può portarci a
comportarci in maniera passiva in alcune circostanze, anche importanti, della
nostra esistenza. Se permettiamo che i bisogni, le opinioni, i giudizi degli
altri diventino più importanti dei nostri, rischiamo di renderci infelici,
stressati, magari anche aggressivi. Assumere un atteggiamento anassertivo,
passivo, significa comportarsi in maniera disonesta con se stessi.
Assertività ed egoismo
Essere
assertivi non significa essere egoisti. Essere egoisti significa dare valore
solo ai propri diritti, senza rispettare o comprendere i diritti degli altri.
Aggressività, prevaricazione, egoismo
La non
assertività si può esprimere non solo nei termini di passività, ma anche in
quelli di aggressività o prevaricazione.
Passività e moralità
A volte chi
si comporta in maniera passiva pensa di essere più bravo, pensa che quello sia
l'unico modo per essere giusti, buoni, corretti. In realtà il comportamento
passivo non è né buono, né corretto, né giusto.
Le persone
passive spesso mentono a se stesse, non rispettano se stesse, e dunque non sono
sincere né corrette con se stesse.
Le persone
passive non sono sincere, perché non dicono la verità sui loro sentimenti,
sulle loro opinioni. Magari non dicono bugie, ma comunque lasciano credere agli
altri cose non vere.
Se una
persona si comporta in maniera passiva con il proprio partner impedisce alla
relazione di crescere, di maturare. La relazione non può basarsi sul rispetto,
sull'amore, ma sulla finzione, sull'umiliazione.
Comportarsi
in maniera passiva non è corretto perché si impedisce una relazione costruttiva
in cui le persone possano crescere.
I presupposti dell'assertività
Per essere
assertivi è importante avere chiaro in testa alcune cose. In primo luogo, come
abbiamo visto, è necessario essere consapevole dei diritti che ognuno di noi
ha.
Se essere
assertivi significa essere efficaci nelle circostanze difficili, vale la pena
di capire quali sono, per ognuno di noi, queste circostanze. Dobbiamo dunque
identificare quali sono le situazioni problematiche.
I nostri
comportamenti possono essere efficaci se siamo consapevoli dei nostri obiettivi
e dei valori che ci guidano.
Infine,
dobbiamo identificare i comportamenti appropriati, al fine di essere efficaci e
di evitare di metterci nei guai.
Identificare i problemi
Identificare
le circostanze in cui ci comportiamo in maniera passiva, in cui non sappiamo
dire di no, non riusciamo ad esprimere i nostri diritti, non riusciamo a fare
delle richieste, a chiedere un favore. Non riusciamo ad esprimere un dissenso o
una critica. Facciamo fatica ad esprimere le nostre emozioni, anche quando sono
positive; ci è difficile dire ad una persona che ci piace. Quando qualcuno ci
fa dei complimenti minimizziamo, neghiamo i nostri meriti. Quando non capiamo
qualcosa ci vergognamo di chiedere spiegazioni. Se qualcuno si rivolge a noi in
maniera autoritaria non ne mettiamo in discussione l'atteggiamento.
Questa
passività ci rende depressi, nervosi, lamentosi e si ripercuote sulla nostra
salute fisica.
Identificare
le circostanze in cui ci comportiamo in maniera aggressiva - ad una critica, ad
un conflitto, ad un contrattempo, ad una richiesta di chiarimenti, ad una
richiesta di favore o quando qualcuno ci dice no.
Identificare
le circostanze in cui ci comportiamo in maniera ansiosa, imbarazzata.
Identificare le modalità di asserzione appropriate in
base al contesto
Essere
assertivi non significa correre rischi inutili o "mettere il sedere nelle
pedate". Dire sempre quello che si pensa costi quel che costi non è assertivo,
perché è controproducente. L'assertività si basa sul concetto di efficacia. La
finalità è quella di far valere i propri diritti, ed un comportamento
controproducente non è assertivo.
L'atteggiamento
assertivo si preoccupa di gestire i conflitti, non di farli precipitare.
L'atteggiamento assertivo si propone di essere effettivo, corretto,
appropriato.
Strategie assertive
Diventare
assertivi non è semplice, non fosse altro perché significa essere efficaci
nelle circostanze che consideriamo difficili.
Con la
pratica si riesce ad essere efficaci con una certa naturalezza. Ma se abbiamo
una storia di atteggiamenti passivi (o aggressivi) alle spalle, può essere
utile adottare delle strategie e delle tecniche che ci aiutino ad affrontare
meglio i problemi.
Proviamo ad
identificare alcune strategie che possono risultare utili.
Identificare dei buoni modelli
Per imparare
ad essere assertivi può essere utile studiare il comportamento degli altri,
analizzarne gli aspetti positivi e negativi, capire se sono passivi o
aggressivi o assertivi. Conviene identificare una persona che sa essere
assertiva, e prenderla a modello.
Discutere del problema con qualcuno
Per
affrontare al meglio una discussione è utile avere le idee chiare, è importante
sapere come esprimerle ed è fondamentale poter confrontare il proprio punto di
vista con quello di altri. Ecco perché un consiglio può essere quello di
discutere il problema con un amico prima di affrontare l'interlocutore.
Il primo
vantaggio di questa strategia è che, se si discute con qualcuno del problema
prima di affrontarlo, è possibile avere l'opinione di altri, capire se il
proprio punto di vista è falsato dalle emozioni o dalla rabbia.
Il secondo
vantaggio è legato al fatto che lo scopo della comunicazione assertiva è quello
di identificare delle buone soluzioni; confrontarsi con qualcuno può aiutare a
trovare delle possibili soluzioni da presentare all'interlocutore al momento
della discussione e della negoziazione.
Infine se ci
si confronta con un amico è possibile fare un gioco di ruolo: l'amico può
interpretare il ruolo dell'interlocutore e dunque si ha la possibilità di un
allenamento, di prevedere le contromosse dell'interlocutore ed imparare così a
rispondere a tono alle obiezioni.
Il dialogo assertivo passo per
passo
Per aver
maggiori probabilità di essere efficace nella propria comunicazione, può essere
utile tenere presente, nella discussione, i seguenti passaggi.
Descrizione del problema
Descrivi il
problema secondo la tua prospettiva. Cerca di essere il più specifico
possibile. Evita accuse o lamentele generiche sulla persona o sulla circostanza
problematica; critica il comportamento, non la persona. Cerca di essere
obiettivo. Cerca di dimostrare che comprendi e rispetti i suoi motivi, le sue
opinioni, il suo punto di vista.
Esprimi il
tuo messaggio in maniera chiara. sii persistente e mantieni il fuoco della
discussione sul tuo messaggio finché non è stato affrontato.
Espressione delle emozioni
Descrivi le
tue emozioni, possibilmente usando la prima persona singolare, in modo da
assumerti le tue responsabilità. Mi sento xxx perché yyy. Cerca di essere fermo
e sicuro in quello che dici, sicuro di te stesso. Mentre discuti, però, non
lasciarti travolgere dalle emozioni, non lasciare che le emozioni ti portino
dove non vorresti.
Focalizzati
sulle emozioni positive, soprattutto sugli aspetti positivi degli obiettivi che
ti proponi.
Formulazione di possibili soluzioni
Suggerisci
delle possibili soluzioni al problema che hai espresso. Descrivi i cambiamenti
che vorresti o che vorresti fare, cerca di essere specifico su ciò che vorresti
terminasse e ciò che vorresti che iniziasse.
Assicurati
che le richieste e le proposte siano ragionevoli, tieni in considerazione le
esigenze degli altri, mostrati aperto anche alle richieste di cambiamento degli
altri.
Non fare
richieste se non sei ragionevolmente sicuro di poter affrontare le conseguenze
qualora vengano accettate.
Descrizione delle conseguenze delle scelte
Descrivi
quali sono le conseguenze che tu prevedi in caso le tue richieste vengano
accettate, e quelle che prevedi in caso le tue richieste vengano rifiutate.
Ascolto delle risposte
Ascolta le
risposte. Rielabora il problema in base alle risposte che hai ottenuto.
Riformula la questione, ribadendo le tue emozioni, le tue motivazioni e la
natura del problema, integrandola però con le questioni emerse nella risposta
dell'interlocutore. Cerca di delineare una linea d'azione che possa integrare
le varie posizioni.
Negoziazione
Impegno di soluzione
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