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domenica 20 settembre 2015

L'UOMO PER-FORMANTE. DIFFICOLTA’ AD ENTRARE IN SOCIETÀ E TROVARVI IL PROPRIO POSTO.

articolo di  Giuseppina D’Auria

La comunicazione è azione sociale per eccellenza, costituendo infatti un elemento fondamentale di socialità e di socievolezza, di scambio e di rapporto sociale. Indipendentemente dalle sue funzioni o dagli ambiti specifici, la comunicazione consente, immediatamente o in maniera mediata/ipermediata, l'informazione e la relazione per gli attori sociali che sembrano sempre di più ad essa legarsi quasi senza autonomia, misconoscendo il fatto che, come direbbe Habermas, fra azione sociale ed azione comunicativa rimane comunque una sostanziale differenza. Io mi permetto di aggiungere che la comunicazione è fonte scambievole di formazione.
Formazione, occupabilità delle persone e politiche di sviluppo sono sempre più collegate. Ma gli attori della domanda e dell'offerta formativa operano realmente insieme? Inoltre, per l'apprendimento degli adulti vanno utilizzati molteplici strumenti, più flessibili e personalizzati e non solamente i tradizionali corsi. Ma nella formazione finanziata è possibile inserire orientamento, analisi delle competenze, formazione strutturata e non formale, dando la possibilità ad individui e imprese di integrare le metodologie in base alle situazioni? Un'offerta formativa integrata si realizzerà in presenza di una nuova cultura formativa, di un'ulteriore qualificazione dell'offerta, di modifiche alle regole amministrative.
L’uomo è chiamato ogni giorno ad essere perfetto equilibrista tra varie performances. Non è semplice trovare il proprio posto in una società che ci chiede di essere sempre al passo con i tempi, perfetti in ogni azione, competenti e mai stanchi! Nella società del terzo millennio l'investimento sull'orientamento, attraverso la costruzione di una sistema territoriale integrato, risulta essere un fattore strategico del processo di sviluppo del sistema formativo e delle politiche attive del lavoro. L'alternanza scuola-lavoro è una nuova modalità di fare formazione nel secondo ciclo di istruzione, rivolta sia al sistema dei licei sia al sistema della formazione professionale, definita per consentire ai giovani di acquisire, oltre alle conoscenze scolastiche, anche competenze spendibili nel mercato del lavoro. In base a quanto previsto dall'art. 4 della legge 53/03, gli studenti che hanno compiuto il quindicesimo anno di età possono scegliere di svolgere l'intera formazione dai 15 ai 18 anni attraverso percorsi in alternanza di studio e di lavoro. Ad un livello successivo, lavorare dopo la laurea non è semplice come si pensa poiché bisogna fare i conti con la mobilità geografica, le disparità di genere, la stabilità lavorativa e la coerenza della professione con gli studi svolti. I Corsi per l’Alta Formazione professionalizzante sono proposti da Enti di Formazione accreditati e da organismi autorizzati dalle Regioni; sono un’offerta formativa caratterizzata da corsi dalla durata minima di 300 ore e dai contenuti ad alto valore professionalizzante. Per questi corsi il beneficiario può richiedere un assegno formativo del valore massimo di €. 4.000,00. Il valore dell’assegno non può superare il costo dell'iscrizione e copre sino al 70% del costo totale del corso scelto, se il beneficiario è occupato e fino all’80% del costo totale del corso scelto, se il beneficiario non è occupato. Mentre i Corsi per l'Alta Formazione continua e permanente integrata con l'Università sono proposti dagli Atenei delle varie Regioni italiane che si integrano con Enti di Formazione accreditati. Rappresentano un'offerta formativa caratterizzata da corsi della durata massima di 300 ore e dai contenuti ad alto valore specialistico.  Il valore dell' assegno formativo è al massimo di € 2.000,00, non può superare il costo dell'iscrizione e cope fino al 70% del costo totale del corso scelto dal beneficiario.
Per verificare se si è in possesso dei requisiti di ammissione e delle caratteristiche richieste, le modalità e i tempi di partecipazione è necessario consultare i bandi regionali.
Trattandosi di corsi a mercato che non usufruiscono di finanziamenti, è fatto esplicito divieto di utilizzo, ai fini della promozione degli interventi in questione, di loghi istituzionali quali quelli relativi a Fondo Sociale Europeo, Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Regioni.
Come regole di buone prassi, con riferimento alla pubblicizzazione e promozione degli interventi corsuali presenti nei Cataloghi regionali dell'Alta Formazione è altresì possibile prevedere nei materiali utilizzati (depliant, manifesti, siti …) l’inserimento della dicitura “Intervento presente nel Catalogo dell'Alta Formazione della Regione ….”; l’utilizzo del logo dell’ente di formazione e la creazione dei links ai siti web che pubblicizzano gli interventi formativi, dove slogan pubblicitari incoraggiano i naviganti promettendo di trovare opportunità di formazione utili per il proprio sviluppo professionale e per rendersi più competitivi nel mercato del lavoro. I corsi di Alta Formazione si suddividono in due tipologie: Corsi di Alta Formazione Professionalizzante e Corsi di Alta Formazione continua e permanente Integrata con l'Università  e sono inseriti nei relativi Cataloghi regionali.  L'accesso ai corsi è accompagnato dalla possibilità di richiedere e usufruire di un assegno formativo.
Ma tutto questo affannarsi tra corsi di formazione professionalizzanti, corsi di laurea, master, specializzazioni superiori post laurea, aggiornamenti life long learning cosa produce nella percezione che ognuno ha di sé al confronto con la vita di ogni giorno? Sicuramente un grande flop, la sensazione di non coerenza tra obiettivi, finalità e reali possibilità.
Quando le proprie aspettative vengono disattese ecco che ci si trova in pericolo: si potrebbe incappare nella "crisi delle identità" di cui si parla comunemente, che rimanda alla confusione delle categorie utilizzate per definire se stessi e gli altri, alle nuove forme di esclusione sociale, alle difficoltà di inserimento professionale dei giovani. Per comprendere tali fenomeni occorre innanzitutto vedere come si costruiscono le identità sociali e come esse si riproducono attraverso i processi di socializzazione. Particolare attenzione è riservata alla socializzazione professionale che oggi si protrae molto a lungo e tende a riproporsi più volte nell'arco di vita. Un ambito - quest'ultimo - su cui pesano le rilevanti trasformazioni che investono oggi il mondo del lavoro e che rendono assai delicata la formazione dell'identità.
Allora da un lato acquista crescente rilevanza, in clima di liberismo espansivo e di globalizzazione dei mercati, la domanda di interventi formativi qualificati. Nel linguaggio settoriale, troviamo infatti diffusamente abbinati i termini formazione e qualità. Dall’altro ci sono le resistenze “umane” ai cambiamenti, l’incapacità alla flessibilità.
Se in molti paesi, soprattutto in quelli di tradizione anglosassone, si riconosce alla politica sociale uno statuto disciplinare specifico, in Italia questo campo di studi stenta ad acquisire un'adeguata strutturazione e una chiara legittimità scientifica. Il fatto è paradossale, se si pensa che nella sociologia italiana, sin dalla seconda metà degli anni settanta, l'attenzione teorica ed empirica per la politica sociale e per l'oggetto che la costituisce - l'insieme delle risposte di policy finalizzate a promuovere la sicurezza e l'eguaglianza dei cittadini - è stata forte e capace di produrre contributi influenti anche a livello internazionale. Ma, per usare un eufemismo, modernizzare stanca. Gli apologeti della modernità consumano voracemente il mondo e pensano di migliorarlo. Solo il perdere tempo permette di signoreggiare il tempo, poiché si passa da una resistenza esistenziale ad una omologazione culturale sempre più incontrastata. Ho la convinzione che esistano nella cultura italiana forme dell'esperienza preziose, che non solo non vanno cancellate dalla modernizzazione, ma vanno tutelate gelosamente, perché è in quelle esperienze che vi è garanzia di futuro. E' troppo chiedere di smettere di guardare agli italiani come ad un popolo attardato, a cui raddrizzare le zampe, da riformare all'infinito, per tentare inutilmente di renderli uguali ad altri? Gli italiani non sono un errore di stampa o un vizio morale, non hanno solo da apprendere ma anche qualcosa da insegnare. Il fondamentalismo non appartiene solo alla religione islamica ma si dà ogni volta che una cultura, ritenendo se stessa il parametro della perfezione, vede la differenza delle altre culture come una patologia da estinguere al più presto. Una dismisura che ne produce tante altre e che apre una reazione a catena quasi incontrollabile. Ecco perché modernizzare stanca.
Per ciò che attiene nello specifico ai bisogni sociali e  alle politiche di welfare, sarebbero da affrontare e approfondire i temi della valutazione delle azioni e dei programmi di formazione e discutere  della valutazione:
·        come attività che assume di volta in volta un disegno ed una configurazione specifici, sia in ragione del “gioco” che si viene a creare tra i diversi attori coinvolti sia a seguito del suo progressivo realizzarsi;
·        come attività composta da fasi e operazioni tra loro diverse (ma raccordate), nell’ambito delle quali sono cruciali quelle di impostazione generale del lavoro di valutazione, di progettazione della valutazione e di sostegno alla valorizzazione degli esiti della valutazione stessa.
Metto l’accento su questi due aspetti della valutazione riguardante azioni e programmi di formazione, perché gli schemi teorici di riferimento che vengono utilizzati per esaminare in maniera incrociata sia il tipo di intervento formativo, oggetto della valutazione, sia il processo valutativo, che lo ha interessato, non sempre sono congruenti con le leggi del mercato del lavoro e con le figure professionali che si vogliono formare.


(FORMAZIONE ALL’) ORIENTAMENTO: RIFLESSIONI

articolo di Giuseppina D’Auria

Svolgere una professione, o gestire un ruolo sociale e immateriale, è un lavoro. Il concetto di lavoro è associato a quello di fatica, sforzo, energia che viene spesa e deve essere reintegrata attraverso una qualche forma di compenso. Ma esso è legato, anche, all'idea di competenza, cioè di capacità prestazionale finalizzata. Le scienze umane si sono, da sempre, molto occupate del lavoro materiale e hanno, invece, investito poco nello studio del lavoro immateriale. Da una parte, il lavoro immateriale creativo, intellettuale ed espressivo (l'arte in genere) è sempre stato visto più come hobby, in quanto poco associato alla fatica fisica, che come lavoro; dall'altra, il lavoro sociale è stato considerato più una missione che un lavoro, a causa delle basse competenze a esso associate. Il Secolo XX è stato il secolo dello sviluppo del lavoro immateriale di massa. Sono aumentati, in modo progressivo, gli addetti e i fruitori e, parallelamente, questo lavoro è andato sempre più legandosi al compenso ed alle competenze. Il Secolo XXI segna il sorpasso del lavoro immateriale su quello materiale. I lavoratori dell'immateriale prevalgono numericamente. Il mercato dell'immateriale supera quello dei beni materiali. I compensi e le competenze legate all'immateriale distaccano di parecchie lunghezze quelle del settore materiale. Addirittura, in molti casi, la situazione è rovesciata: il lavoro materiale è diventato per molti un hobby, legato a livelli modesti di competenza; mentre alcuni ruoli sociali, da sempre legati alla sfera non lavorativa (pensiamo al genitore, al cittadino, al volontario ecc.), sono diventati un lavoro caratterizzato da un alto grado di fatica e dalla necessità di sempre maggiori competenze. Per certi versi possiamo dire che anche essere consumatore, fruitore, cliente, utente è diventato un lavoro, che richiede fatica e competenze. Oggi i lavoratori dell'immateriale si trovano al centro della rivoluzione della luce. Siamo in presenza di un'ondata storica che vede il pianeta centrarsi sulle idee, le immagini, le persone più che sui campi, le miniere, i pozzi di petrolio: i lavoratori dell'immateriale da sempre privilegiano quelle su queste e, dunque, si trovano nella condizione di essere l'avanguardia della trasformazione. Proponiamo le seguenti riflessioni per rispondere ad una esigenza che in questa fase riteniamo importante, quella del “fare ordine” ed anche perché costituiscono l’orizzonte comune degli interventi di orientamento realizzati nelle varie attività progettuali, rappresentando una base condivisa circa concetti ed impianto delle azioni di orientamento.
La modalità stessa con cui queste riflessioni vengono presentate, volutamente non concettose, utilizzando talvolta un linguaggio evocativo e metaforico, consente di considerarle indicazioni di massima, un canovaccio da confrontare con gli interventi sviluppati e da sviluppare.
Si riportano di seguito le tre grandi categorie che caratterizzano l’orientamento in rapporto a specifici centri di interesse, legati a diversi fasi di transizione.
Esse devono inserirsi in un approccio di tipo globale e continuo (lifelong guidance), le differenze riguardano il centro d’interesse e la misura in cui si occupano di:
·                  orientamento scolastico in relazione alle scelte nel campo degli studi;
·                  orientamento professionale in relazione alle scelte professionali e all’inserimento nel mondo del lavoro;
·                  orientamento personale e sociale in relazione agli aspetti personali e sociali (difficoltà relazionali e comportamentali, di rapporto ambientale, ecc.).
I servizi (intesi come complesso di azioni tese al soddisfacimento dell’utente) offerti nell’ambito dei diversi approcci sopra citati possono ulteriormente articolarsi secondo la classica triripartizione: informazione, Formazione e Consulenza.
L’Informazione è vocata a fornire indicazioni utili per il proseguimento degli studi o per la scelta professionale attraverso guide, pubblicazioni, banche dati, mass media.
La Formazione ha lo scopo di aumentare - attraverso percorsi modulari di orientamento - la conoscenza di sé, sostenere e rafforzare l'individuo nelle fasi di transizione (empowerment).
La Consulenza si propone di aiutare - attraverso colloqui individuali o per piccoli gruppi - a fare il punto su di sé, sulla propria situazione formativa o lavorativa e a predisporre un progetto professionale.
L’area dell’informazione concerne il servizio di accoglienza, che si realizza attraverso un primo colloquio, finalizzato a introdurre l’utente ai servizi offerti dalla struttura ed a pervenire ad una prima definizione del quadro dei suoi bisogni.
Con il termine servizi/prodotti di informazione si indica l’insieme strutturato di azioni e mezzi attraverso i quali gli utenti accedono e fruiscono di indicazioni utili al proprio processo di orientamento. Fra questi alcune specifiche articolazioni sono le Guide, pubblicazioni specifiche, banche dati, Sportelli informativi (Consultazione autonoma o guidata) e Organizzazione di incontri pubblici e conferenze con esperti.
L’area della formazione ha attinenza con il servizio di formazione orientativa, che è costituito dalla progettazione ed erogazione di interventi formativi o di momenti strutturati e guidati di inserimento lavorativo, per specifici target di utenza, finalizzati allo sviluppo di capacità cognitive ed abilità legate ai processi di scelta ed alla raccolta ed analisi degli elementi del contesto ambientale di riferimento (es. sistema formativo, mercato del lavoro, professioni, aziende, etc.).
Tale area è il campo di applicazione privilegiato dei centri di formazione professionale, anche se la trasformazione in corso degli stessi come agenzie formative li vede sempre più impegnati - anche nelle aree successivamente descritte di consulenza e di sostegno - all’inserimento lavorativo. In particolare, la loro stretta cooperazione con le imprese - al fine di realizzare stages, come specifici periodi di alternanza nell’ambito di un corso di formazione professionale - li candida come principali promotori delle nuove modalità di tirocini orientativi e formativi.
L’area della consulenza  esplicita il servizio di consulenza orientativa, che si realizza fondamentalmente mediante un colloquio di sostegno orientativo che può essere individuale e/o di gruppo. La finalità è soprattutto esplorativa e i contenuti principali riguardano l’immagine di sé e il potenziale individuale, il rapporto del soggetto con l’esperienza formativa e l’esperienza di lavoro.
Una modalità particolare di consulenza orientativa è costituita dal bilancio di competenze, percorso di consulenza individuale rivolto a destinatari adulti con un bagaglio di esperienze e di competenze professionali e finalizzato alla realizzazione di un progetto professionale in una prospettiva di cambiamento e di sviluppo di carriera.
Tale consulenza si articola in colloqui individuali, laboratori di gruppo e attività di approfondimento personale. Un punto chiave è la valutazione delle competenze acquisite e la messa a punto di un portafoglio di competenze.
Il counselling presenta molti punti di analogia con la consulenza orientativa: lavora su contenuti analoghi, si caratterizza come relazione d’aiuto, prevede una restituzione finale all’utente.
Il counselling può essere condotto solo da esperti con una specifica formazione nell’ambito psicologico, in quanto interviene su aspetti legati alla personalità del soggetto.
I servizi a sostegno dell’inserimento lavorativo sono finalizzati a supportare il soggetto nella ricerca di opportunità di lavoro e di inserimento lavorativo o nella creazione di attività autonoma e si caratterizzano come servizi di confine rispetto all’orientamento e alla formazione. Fra questi possiamo segnalare:
·       Supporto nella ricerca di lavoro
·       Tutoring  per l’inserimento lavorativo
·       Orientamento e consulenza per la creazione di impresa.
Tra soggetti con caratteristiche diverse e in varie fasi della vita, l’orientamento sta assumendo tanta rilevanza per l’aumento e la diffusione che stanno avendo i momenti di passaggio e di transizione tra formazione e lavoro; l’alternanza tra lavoro/ non lavoro, tra lavoro dipendente/lavoro autonomo e la necessità e/o opportunità di cambiare settore economico e livello professionale.
Rispetto alle attività o servizi che un centro svolge, l’orientamento si può configurare come:
-                  servizio autonomo rivolto a raggruppamenti omogenei, a singoli soggetti, o a raggruppamenti diversificati;
-                  modulo autonomo rispetto alla formazione professionalizzante;
-                  modulo trasversale al percorso formativo (iniziale, in itinere, finale);
-                  modulo propedeutico ad un percorso mirato alla creazione d’impresa.
L’attività di orientamento é fondamentalmente una azione a sostegno di una scelta consapevole ed autonoma rispetto ad un personale percorso di formazione/lavoro. 
La consapevolezza é intesa come conoscenza delle condizioni soggettive (conoscenza di sé, dei propri interessi, curiosità, disponibilità, abilità e competenze); delle condizioni oggettive (mercato del lavoro, mappa delle opportunità formative e di lavoro di un determinato territorio e/o una determinata area professionale).
Sarebbe opportuno collocare al centro del processo di orientamento i soggetti; le relazioni di questi tra loro; le relazioni con la comunità ed i contesti di riferimento.
Non esistono per l’attività di orientamento soluzioni precostituite ne é possibile trovarne fuori dalla dinamica relazionale tra Soggetti e Comunità. Il percorso si caratterizza come ricerca della congruenza tra le condizioni oggettive e quelle soggettive e quindi alla fattibilità del percorso professionale di ciascuno.
Bisognerebbe strutturare un percorso a partire da sé, dalla conoscenza delle proprie potenzialità e di come queste possono essere spese in termini professionali, nel mondo, facendo un’analisi e lettura critica degli ambiti e dei contesti di riferimento. Segue l’attivazione del progetto, il ritorno a sé, la verifica della propria motivazione ai diversi ambiti professionali e lavorativi, lo sviluppo/rafforzamento dell’assertività, lo sviluppo/rafforzamento della decisionalità, lo studio di fattibilità sulla soluzione dei problemi e/o delle alternative emerse, l’elaborazione di un progetto (formativo lavorativo professionale).
Il progetto che si propone prevede una serie di step e cosa può essere basato almeno su tre modalità di azione; prevede:
·                  forma del lavoro
·                  area professionale
·                  settore
·                  ruolo
e si basa:
·                  sulla continuità
·                  sul cambiamento misurato
·                  sul cambiamento radicale
Le attività che si possono svolgere nell’ambito di un servizio sono l’accoglienza/prima informazione, l’informazione personalizzata, il colloquio/ consulenza, la progettazione di itinerari individualizzati di formazione/lavoro, la gestione e tutoraggio per stage e la conduzione di gruppi di orientamento (mirati, di breve durata); conduzione attività di bilancio di competenze e self-assement
conduzione di gruppi di “job club”.
I contenuti di massima di un percorso di orientamento possono essere i seguenti:
  • analisi delle proprie competenze, capacità, abilità, desideri e risorse. 
·       per i soggetti adulti e/o soggetti che hanno avuto diverse esperienze di vita e di lavoro,l’analisi si può articolare in un recupero, riconoscimento e valorizzazione di risorse, abilità ed energie ricavabili dalle precedenti esperienze e trasferibili in altri contesti;
·       studio/conoscenza della domanda ed offerta di lavoro in specifici settori economico produttivi;
·       analisi delle diverse aree e profili professionali;
·       acquisizione e/o rafforzamento di alcune competenze trasversali: comunicazione, relazionalità, progettazione, organizzazione e documentazione;
·       acquisizione di tecniche di ricerca del lavoro, redazione di curricula mirati e gestione dei colloqui di lavoro;
·       elaborazione di un piano personale di sviluppo professionale coerente e consapevole.
Gli approcci metodologici auspicabili sono i seguenti. Facendo riferimento alle buone pratiche esperite a livello nazionale ed internazionale, si propongono alcune linee metodologiche di base che potranno venire adattate ai diversi soggetti:
  • attivazione di situazioni ricavate da esperienze concretamente vissute e che, soprattutto per i soggetti femminili, diano rimandi significativi sulle loro risorse;
·       rilevanza all’aspetto relazionale nei gruppi di lavoro per rafforzare una delle competenze di tipo trasversale più importanti;
·       attenzione a ciò che i soggetti femminili pensano e dicono (attenzione al linguaggio, a non incorrere in stereotipi sessisti);
·       approcci di tipo esperienziale in grado - soprattutto per i soggetti più in difficoltà, più deboli - di favorire l’autostima;
·       sviluppo delle capacità di individuare problemi e di realizzare studi di fattibilità per la soluzione degli stessi;
·       approcci operativi che consentano lo sviluppo dell’assertività;
·       utilizzo di metodologie che implichino il coinvolgimento attivo dei soggetti, poiché la sicurezza di sé si rafforza nel provarsi e nel padroneggiare se stessi in situazione;
·       favorire situazioni nuove, in cui si possano sperimentare successi; proporre - nelle testimonianze, nella documentazione e nelle équipe di riferimento - figure femminili autorevoli, per favorire il superamento di stereotipi sessisti nei soggetti maschili (donne sesso debole, uomini sesso forte) e la proposizione di modelli di riferimento positivi per i soggetti femminili.








FORMAZIONE PER EDUCATORI: NOTE DI ANALISI TRANSAZIONALE

articolo di Giuseppina D’Auria

Uno dei concetti fondamentali dell'Analisi Transazionale è il modello  degli stati dell’io (modello gab). Uno stato dell'Io è un insieme di comportamenti, pensieri ed emozioni attraverso cui si manifesta la nostra personalità in un dato momento. Ed è proprio tale maniera di reagire che darà vita a quelle transazioni, ovvero scambi di informazioni e di sentimenti, che sono oggetto di studio dell'A.T..
Secondo questo modello esistono tre stati dell'Io distinti, più semplicemente, tre modi di porsi nei confronti degli altri. Quando una persona reagisce in maniera razionale ad uno stimolo esterno utilizzando, cioè, tutte le capacità che ha a sua disposizione in modo adulto, si dice che si trova nello stato dell'Io Adulto Adulto.
Se invece reagisce in maniera paternalistica servendosi di comportamenti, pensieri e sentimenti copiati dai propri genitori o da figure genitoriali di riferimento, diciamo che si trova nello stato dell'Io Genitore.
Quando, infine, reagisce in modo infantile come faceva quand'era bimbo, diciamo che la persona si trova nello stato dell'Io Bambino.
Questi tre differenti stati dell'Io rappresentano la struttura della personalità di ogni persona e vengono convenzionalmente diagrammati come un insieme di tre cerchi l'uno al di sopra dell'altro. Essi sono presenti in ogni persona, a prescindere dalla sua età anagrafica, e sono attivati dal riascolto di registrazioni cerebrali di eventi accaduti in passato conferendo così alla personalità una struttura sana ed equilibrata. Accanto al menzionato modello degli stati dell'Io troviamo versioni più dettagliate di tale modello che considerano gli stati dell'Io in termini di struttura o di funzione. Il modello strutturale degli stati dell'Io si interessa del loro contenuto, mentre il modello funzionale si interessa del loro processo, più precisamente suddivide i vari stati dell'Io per permettere di vedere in che modo vengono da noi utilizzati.
Stato dell'Io Genitore: Comportamenti, pensieri ed emozioni copiati dai genitori o figure genitoriali
Stato dell’Io Adulto: Comportamenti, pensieri ed emozioni che sono una risposta diretta al qui – e – ora.
Stato dell’Io Bambino: Comportamenti, pensieri ed emozioni sperimentati e riproposti dall’infanzia
 Per sapere, quanto ognuna di queste parti funzionali è importante nella nostra personalità possiamo utilizzare l'Egogramma elaborato da J. Dusay.
Esso è una rappresentazione grafica e comparativa del modo in cui una persona si percepisce o è percepita dagli altri. Ne esiste una varietà infinita e nessuno somiglia all'altro, anche se tutti hanno in comune determinate caratteristiche.
E' importante sottolineare che l'essenza dell'egogramma consiste nel fatto che esso deve essere utilizzato nel tentativo di conoscere meglio sé stessi in vista di futuri cambiamenti e di una futura crescita psicologica.
b. Contaminazione ed Esclusione. Distinguere nettamente uno stato dell'Io dall'altro non è sempre
possibile, così come non lo è passare di propria volontà da uno all'altro.
In effetti, può accadere che uno di essi sia intimamente mescolato ad un altro oppure che una persona non riesca ad entrare o ad uscire fluidamente da un dato stato dell'Io.
Si verificheranno, pertanto, quei fenomeni psicologici che E. Berne ha definito contaminazione ed esclusione.
Si ha contaminazione quando uno stato dell'Io "invade", per così dire, il territorio di un altro.
A): La contaminazione dell'Adulto da parte del Genitore implica che un individuo scambi erroneamente slogan genitoriali (peculiari) per una realtà dell'Adulto. Rientrano in questa casistica tutti quei pregiudizi e quelle credenze che, per troppo tempo nutriti e non contraddetti, hanno finito per venire considerati altrettante verità:
"I meridionali sono pigri". "Meglio non fidarsi degli altri". "Il padrone ti sfrutta", e così via.
B): Si ha contaminazione dell'Adulto da parte del Bambino quando un individuo fa affiorare alla propria coscienza convinzioni consolidatesi durante la Iª infanzia ad esempio: il timore che gli altri ridano alle sue spalle. La contaminazione del Bambino, tuttavia, investe una sfera più ampia, come il rimanere ancorato a quelle che Berne chiama Idee Fisse: "Non sono fatto per imparare le lingue." "Non riuscirò mai a smettere di fumare." "Sono nato grasso," e così via.
C): La doppia contaminazione dell'Adulto, infine, chiama in causa contemporaneamente gli altri due stati dell'Io, nel senso che l'individuo ripropone uno slogan Genitoriale, cui si adegua tramite una credenza da Bambino e scambia entrambe queste cose per la realtà.
Per esempio:
(G) "E' dimostrato che le donne non pensano." (B) "Alla larga dalle bimbe." (A) "Meglio non fidarsi delle donne." Con l'esclusione, invece, uno o due stati dell'Io dominano il comportamento di una persona.
Questi stati dell'Io vengono definiti costanti o escludenti.  In linea di massima, si può affermare quanto segue:
• Una persona con un Genitore costante affronterà il mondo unicamente attraverso un insieme di regole genitoriali, come capita ad esempio agli insegnanti, ai medici, infermieri, ecc., che tendono a
fare prediche e a volte, a sconfinare nell'autoritarismo.
• L'Adulto costante, tende a mettere in secondo piano la propria emotività e a funzionare proprio come un calcolatore elettronico.
Molti scienziati, soprattutto nel campo della ricerca e sperimentazione, hanno questo Adulto costante.
• Chiunque, infine, si trova nel Bambino costante penserà, si comporterà e sentirà sempre come se fosse ancora nell'infanzia (Sindrome di Peter Pan). Riterrà, ad esempio, che sia suo compito specifico divertire la gente. Questa è una situazione peculiare a tutti coloro che operano nel mondo dello spettacolo. Accade, tuttavia, che molti individui utilizzino fondamentalmente soltanto due dei loro stati dell'Io, escludendo il terzo.
• Coloro che escludono il Genitore tendono a rifiutare le regole già stabilite e preferiscono crearsene di nuove. Sono molto bravi a servirsi del loro Bambino creativo (Piccolo Professore) per afferrare al volo quanto avviene intorno a loro e ad adeguarvisi. Sono i cosiddetti «volponi» e possono essere: dei politici di razza, dei manager di successo, ma anche dei mafiosi di alto bordo. • Coloro che escludono l'Adulto sono privi della capacità di esaminare oggettivamente la realtà. Dentro loro si svolge un continuo dialogo tra Genitore e Bambino, finalizzato all'esplicitazione di sentimenti e
azioni che possono anche apparire bizzarri, in quanto spesso avulsi dalla realtà concreta. Di solito, questa esclusione è di tipo patologico e caratterizza, ad esempio, coloro che soffrono di Psicosi Maniaco- Depressiva, i quali alternano periodi di sovreccitazione fanciullesca a periodi di oppressività genitoriale.
• Coloro che, infine, escludono il Bambino lo fanno prevalentemente a fini difensivi e, pertanto, tendono a cancellare i ricordi immagazzinati della propria infanzia e i sentimenti ad essi correlati. E'
l'atteggiamento classico del «freddo calcolatore» o del «narcisista».
c. Transazione e Comunicazione. La Transazione è un concetto fondamentale dell'Analisi Transazionale.
Essa è uno scambio qualificato e caratteristico tra due persone o, più esattamente, tra un mittente che, attivando un proprio stato dell'Io, si rivolge ad uno degli stati dell'Io del destinatario (stimolo Transazionale), e da un destinatario che, a sua volta, reagirà a partire da un proprio stato dell'Io rivolgendosi ad uno degli stati dell'Io dell'altro (reazione Transazionale). L'A.T., nella sua espressione più semplice, si occupa di diagnosticare quale stato dell'Io ha provocato lo stimolo transazionale e quale ha messo in moto la reazione transazionale.
Se ne può agevolmente dedurre che un rapporto sociale, di cui la transazione è l'unità fondamentale unità fondamentale, è caratterizzata, appunto, da una successione di transazioni il cui studio può consentire di comprendere meglio il fenomeno comunicazione.
Le transazioni possono essere: complementari, incrociate e ulteriori e riconducibili alle tre regole fondamentali della comunicazione di E. Berne.
La Iª regola della comunicazione afferma che una transazione complementare ha la caratteristica di essere prevedibile e fintantoché la transazione rimarrà complementare, non ci sarà nulla nel processo di comunicazione che potrà interrompere il flusso ininterrotto tra S e R o, almeno, fino a quando non sarà stato raggiunto lo scopo desiderato.
I vettori transazionali sono paralleli e lo stato dell'Io cui la persona si rivolge è quello Adulto che risponderà. Possiamo, tuttavia, produrre tre altre possibilità di transazione complementare: quella da Genitore a Bambino, da Genitore a Genitore e da Bambino a Bambino.
La IIª regola della comunicazione dice che una transazione è incrociata quando il dialogo si interrompe prima del raggiungimento dello scopo, a meno che uno dei due o entrambi gli interlocutori non decidano di passare da uno stato dell'Io ad un altro affinché il dialogo possa essere ristabilito.
In questa situazione i vettori transazionali non sono più paralleli ma incrociati e che lo stato dell'Io a cui ci si rivolge non è quello che risponde, provocando una reazione inattesa.
Infine, la IIIª regola della comunicazione sostiene che in una transazione ulteriore vengono trasmessi contemporaneamente un messaggio manifesto o a livello sociale, e un messaggio segreto o a livello psicologico e che l'esito in termini comportamentali di questa transazione è determinato a livello psicologico e non a quello sociale. In altre parole Berne sottolinea il fatto che se si vuole capire il comportamento bisogna prestare attenzione al livello psicologico della comunicazione.
Lo possiamo fare attraverso quello che Berne chiama "pensiero marziano" che privilegia l'osservazione dei segnali non verbali utilizzati durante la comunicazione. Li troviamo nel tono di voce, nei gesti, nelle espressioni dell'atteggiamento corporeo e facciale, nella respirazione, sudorazione e così via.
Ogni transazione, in verità, ha un livello psicologico (messaggi segreti) oltreché un livello sociale (messaggi manifesti). Ma in una transazione ulteriore le due cose non collimano. I messaggi trasmessi dalle parole sono contraddetti dai messaggi non verbali.
 d. Il Copione. Con il concetto di copione introduciamo un nuovo e fondamentale aspetto dell'A.T.
Esso indica un programma di vita inconscio costruito su una decisione presa durante l'infanzia, rinforzata dai genitori e giustificata dai successivi eventi, che culmina in una scelta decisiva. Ciascuno di noi, dunque, vivendo scrive ed interpreta una sorta di copione le cui istruzioni vengono registrate nello stato dell'Io Bambino per effetto delle transazioni che avvengono tra lui e i suoi genitori. Il concetto, tuttavia, è molto più ampio, e possiamo distinguere tra copioni culturali, sub-culturali e familiari. I primi sono quelli che affondano le loro radici nella cultura in cui gli individui nascono e si sviluppano. Ogni cultura ha il proprio tema di copione: la conquista militare per gli antichi romani, la diversità e sofferenza per il popolo ebraico, la lotta per la sopravvivenza dei pionieri americani, e così via. I secondi si sviluppano all'interno di una determinata cultura ma non
accettati dalla totalità di questa. Il razzismo, anche semplicemente come contrasto tra nord e sud, potrebbe esserne un esempio quanto mai preciso ed attuale. I terzi, infine, vengono sviluppati all'interno di alcune famiglie per poi esercitare pressioni sui figli affinché ne interpretino i ruoli.
Molti di questi copioni, che possono essere identificati con frasi classiche:
“Noi Rossi, non abbiamo mai chiesto niente a nessuno”, hanno finalità
generiche e si traducono in comportamenti esistenziali. Sono convinzioni che l'individuo accetta acriticamente (più precisamente il bambino durante la Iª infanzia) e che si porterà appresso per tutta la vita. Tuttavia, per meglio comprendere il copione è bene analizzare la definizione data da E. Berne già sopracitata.
In tale definizione troviamo inseriti alcuni elementi rilevanti quali: l'elemento piano di vita, l'elemento rinforzo genitoriale, l'elemento culmine e l'elemento decisione.
1): Ciò in cui la teoria del copione dell'A.T. si differenzia dagli altri è nel sostenere che il bambino componga, più o meno consapevolmente, un piano specifico della propria vita, più che semplicemente una visione generale del mondo. Questo piano di vita, dice la teoria, viene composto
sotto forma d'azione drammatica, con una sua introduzione, uno sviluppo e una conclusione.
2): I genitori anche se non sono in grado di determinare le decisioni di copione del bambino, di certo le influenzano fortemente lanciandogli ripetutamente quei messaggi verbali già sopra riportati. Va, tuttavia, sottolineato che tali messaggi vengono completati e rinforzati anche da componenti non verbali, conformi all'atmosfera in cui il bambino cresce ed agli atteggiamenti di coloro che lo circondano.
3): Il copione in quanto azione drammatica deve culminare in qualcosa, cioè in una conclusione, in una sorta di apoteosi. Secondo l'A.T., il bambino non si limita a scrivere il copione in quanto tale, ma scrive anche la scena finale; e non è da escludere che tutte le varianti e aggiustamenti successivi, messi in atto in età adulta, mirino soprattutto alla realizzazione di quella scena finale (tornaconto del copione copione). 
4): L'ultimo elemento, la decisione, merita una particolare attenzione in quanto racchiude in sé una differenziazione assoluta dalle teorie del behaviorismo, che, come sappiamo, postula l'importanza determinante dell'ambiente per gli sviluppi futuri dell'individuo. Invece, secondo le osservazioni pratiche di Berne, quindi trasferite nella teoria transazionale, due bambini, nati nella medesima famiglia e vissuti nello stesso ambiente, possono elaborare copioni di vita totalmente diversi.
Va, tuttavia, precisato che, in A.T., il termine decisione va colto in una sua accezione particolare, più emotiva che razionale.
Infatti, le decisioni di copione del bimbo non sono prese nel modo riflessivo e determinato che normalmente associamo alle decisioni prese dall'adulto ma da un esame prevalentemente emotivo della realtà in cui il bimbo agisce. Perciò, sono importanti i primissimi anni di vita di un individuo e soprattutto le prime esperienze inconsapevoli che un neonato fa in rapporto agli altri per la costruzione iniziale del copione.
Durante il corso di vita di un individuo il copione da lui elaborato potrà rivelarsi difficilmente applicabile. L'Adulto, dovrà allora scegliere tra impuntarsi a realizzarlo, portandosi dietro la frustrazione di non aver dato continuazione alle proprie aspirazioni più genuine, o modificarlo, trascinandosi appresso il rammarico di avere frustrato le aspettative risposte in lui dalle figure genitoriali che hanno contribuito a scriverlo.
Più semplicemente, che sarà l'Adulto a dovere fare i conti con sé stesso e, di fatto, con gli altri due stati dell'Io (Genitore, Bambino). In quest'ottica, M. Janes e D. Jongewaard, due allieve di Berne hanno elaborato i concetti di vincente e di perdente. (Copione vincente e Copione perdente perdente) Sintetizzando le conclusioni cui sono giunte le due autrici, possiamo dire che è vincente colui il quale sta bene nei propri panni, mentre è perdente colui che vorrebbe stare nei panni di qualcun altro. Possiamo concludere con due dichiarazioni di principio particolarmente significative:
e. I Giochi Psicologici. In chiave Transazionale un gioco è una interrelazione tra due persone, assimilabile a una transazione duplice o ulteriore, perché si sviluppa contemporaneamente sia a un livello sociale che psicologico, del quale, come sappiamo, dal capitolo dedicato alle transazioni, sono consapevoli soltanto i due interlocutori; o per meglio dire, giocatori che giocano consapevolmente sul solo livello sociale. Ai fini dell'interpretazione dei giochi, è interessante la teoria di S. Karpmann secondo il quale in tutti i giochi gli interlocutori, anche se sono soltanto due, interpretano tre ruoli di copione, così denominati:
• Persecutore (P); • Salvatore (S); • Vittima (V).
Il persecutore considera gli altri inferiori a lui e non OK e lo stesso fa il salvatore con la differenza però che reagirà offrendo loro aiuto da una posizione di superiorità. Una vittima è una persona che si considera inferiore e non OK. I giochi che prendono l'avvio da questo ruolo tendono a rinforzare l'immagine negativa che uno ha di sé stesso: Io non sono OK e, quindi, devo essere punito o salvato.
All'origine del ruolo c'è, ovviamente, una svalutazione.
Questi tre ruoli danno vita ad un diagramma triangolare, dove ciascuno di essi occupa un vertice e che, pertanto, è stato denominato "Triangolo drammatico di Karpmann".
L'aspetto più interessante del triangolo di Karpmann è che ciascuno dei due interlocutori può passare da un ruolo all'altro. Questo passaggio avviene solitamente nel momento in cui il gioco arriva al colpo di scena; una volta agganciata la vittima, il giocatore cambia mossa e capovolge la situazione per ottenere il desiderato tornaconto (FINE, solitamente negativo, cui tende il gioco).
Nel corso di un medesimo gioco, tale capovolgimento di situazione può avvenire più volte. Il livello sociale A- - > A viene abbandonato balzando in primo piano le transazioni G - -> B e B - -> G.
Per uscire da un qualsiasi gioco, una persona dovrà attivare il suo Io Adulto che la porterà ad instaurare una transazione complementare orizzontale A - - > A che produrrà risultati concreti risolvendo così ogni problema. Interessante è evidenziare come, a volte, un Educatore può attivare
inconsciamente questa triangolazione (P, S, V.) durante la sua attività educativa.
Concludendo, è evidente come tali giochi psicologici (dinamiche nevrotiche che seguono la IIIª regola della comunicazione di E. Berne) influenzino negativamente la relazione educativa.
Da quanto sopradescritto si può evincere che l'utilità dell'A.T. per l’Educatore può essere riassunta nei seguenti tre punti:
 A) La capacità e la competenza di saper analizzare le personalità di tutte le parti coinvolte nelle situazioni educative (famiglia, gruppo…) insieme alle dinamiche interpersonali che si sviluppano in itinere.
B) Sapere utilizzare lo stato dell'Io adatto alle diverse fasi del processo educativo; ad esempio l'energizzazione del Genitore Affettivo per rassicurare l’educando, o del bambino libero per creare complicità, etc.

C) Il sapersi porre nella relazione educativa mantenendo uno stato dell'Io Adulto lucido e razionale, ossia non condizionato da eventuali dinamiche nevrotiche (Giochi Psicologici).

Persone competenti, analisi dei bisogni.


Oggi, più di ieri, alla persona è richiesto di guadagnare un sapere della vita e per la vita, per conquistare la capacità di esistere bene, e l’educazione deve impegnarsi a promuovere e coltivare alcune formae mentis per rendere la persona esistenzialmente competente, in grado di affrontare e vivere il tempo presente e futuro in maniera autentica e responsabile.

Il cambiamento epocale che stiamo vivendo in tutti i settori della nostra vita impone una rivisitazione del concetto di pedagogia. Mentre ci aspettiamo un cambiamento dall'alto, cioè dalle istituzioni, ci accorgiamo che esso è già in atto da tempo grazie al pionierismo di tante persone di buona volontà che hanno a cuore il destino dei propri figli e dell’umanità in genere.
Siamo in un momento di grande fermento, tutti pionieri di un nuovo modo di vedere e di vivere le cose.
Montessori, Steiner, Libertaria, Homeschooling, esperimenti vari in Italia e all’estero… sono tanti coloro che stanno già attuando la Nuova Pedagogia. Il prossimo passo sarà creare una Rete per incontrarsi fisicamente alle Tavole Rotonde che organizzeremo ovunque per darci l’un l’altro sostegno in questo straordinario momento di transizione per unire le forze e attuare una riforma scolastica basata su un vero lavoro di intelligenza collettiva.
Chi educa, è perennemente coinvolto all'interno di un pensiero progettuale il cui centro è la Persona. Come un moderno Mentore deve impossessarsi dell’antica arte del “segnare”, indicare vie possibili, fornire modelli, dare forma, ipotizzare anche l’inimmaginabile, slanciarsi con curiosità nei territori dello stupore e dell’incanto attraverso un agire maieutico, espulsivo. Un educatore (un curante, un insegnante) proprio per la nobiltà di questo mandato, non può arrestare il proprio pensiero immaginativo, il proprio pensiero prospettico, ma deve preoccuparsi di nutrirlo, alimentarlo con continue immersioni rivitalizzanti e propulsive. Ma chi può aiutare colui che aiuta? E’ possibile costruire spazi di ricerca per accogliere una riflessione metaforica su di sé, per ri-attraversare la scelta originaria, sorvolando le motivazioni del proprio mandato ontologico?
La riflessione sull’efficacia di un processo formativo non può prescindere dall’attuale valore che si attribuisce al processo della conoscenza e di quelli che sono i suoi limiti. Conoscere non consiste in un metodo definito una volta per tutte e valido in ogni occasione: è, al contrario, un percorso che si traccia camminando, da soli, ma soprattutto con i nostri compagni di viaggio. Si tratta quindi di passare da un paradigma riconducibile alla scienza galileiana-cartesiana, a un processo bio-antropico che va oltre il metodo scientifico tradizionale ponendo l’attenzione sul sistema dei saperi dell’individuo, sulle sue relazioni con il mondo esterno e sulle pratiche e le tecniche messe a disposizione dalle attuali Scienze. I tempi sono ormai maturi per riconoscere che la formazione deve essere affrontata come un itinerario educativo sistemico in grado di valorizzare la interdisciplinarità, l’interdisciplinarità delle conoscenze e l’appartenenza dell’individuo ad una società intesa come sistema aperto e quindi dinamico, evolutivo ed auto-poietico. 
La copiosa letteratura sulla formazione ha finora dedicato scarso spazio al tema dell'analisi dei bisogni. Un argomento dove da un lato sembra prevalere un eccesso di semplificazione, dall'altro un eccessivo tecnicismo. Una situazione che nel complesso non ha giovato alla qualità della formazione ed inoltre non ha rafforzato la consapevolezza di formatori (educatori, insegnanti ecc.) sull'evidenza implicita che l'azione non può esimersi dal prendere autenticamente in carico i bisogni dei soggetti rispetto ai quali gli interventi formativi dichiarano esplicitamente di indirizzarsi.
Tuttavia il possesso dei valori fondamentali, necessari ad un esercizio responsabile della professione, non comporta un'automatica capacità di trasmetterli; la trasmissione dei valori etici è complessa, sofisticata, perché investe il colloquio tra generazioni e la parola e l'esempio sono ancora gli strumenti più efficaci,unitamente alla disciplina in senso lato. Per essere creativi non sono sufficienti doti individuali, come l’immaginazione, l’ingegno e il talento, ma occorre anche la capacità di mettere in pratica le proprie idee, di produrre qualcosa di nuovo e utile per sé e per gli altri, restituendo così un senso etico e relazionale all'agire creativo.
E' possibile una fenomenologia che rilegga e interpreti i temi dell’educazione (anche scolastica) indicando i principi generali della cura dei legami sociali, delle relazioni di cura e della narrazione? Avvertiamo la necessità di partire dall'esperienza effettiva, da come il mondo viene esperito dalle persone, poiché ogni formazione deve prendere le mosse da un precedente stato di non formazione. Nella varietà delle loro declinazioni, la formazione e l’educazione consistono nell'aprire la persona al possibile, e questo diventa anche il criterio per distinguere tra ciò che forma e ciò che deforma. In questa direzione si delinea, da un punto di vista fenomenologico, la distinzione tra persona e psiche, la struttura e il ruolo delle emozioni, i caratteri dell’esperienza dell’altro e i rapporti tra educazione, formazione e tradizione, in quanto temporalità che lega tra loro le generazioni. 
Le conoscenze da migliorare, le abilità e i comportamenti da modificare devono essere accuratamente progettati, comunicati e infine valutati per stabilirne l'effettiva acquisizione e la corretta applicazione nella vita quotidiana. L'attenzione alla competenza comunicativa, alle tecniche della progettazione e valutazione nonché a quelle dell'insegnamento e dell'apprendimento presentate tendono a far risaltare al meglio l'esperienza di ciascun individuo facilitando una rivisitazione critica della propria esperienza.
E' importante gestire al meglio le quattro fasi di un processo formativo: Audit iniziale, Progettazione, Erogazione e Misurazione dell'efficacia. Nella capacità di raggiungere risultati si riconosce un formatore di successo. 

sabato 29 agosto 2015

Ispirazioni per il Wedding 2016.



La Wedding Planner é come un angelo custode. Ascolta, consiglia, propone idee. 

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venerdì 24 luglio 2015

L’orientamento? E’ cosa di tutti

sito web https://slosrl.wordpress.com/2015/06/05/lorientamento-e-cosa-di-tutti/
JacekYerka5__700-600x609Gli autori del post sono Roberto Piccinini – Responsabile Servizio Istruzione, Formazione, Lavoro e Giovani della Provincia di Mantova, Sabrina Magnani – Responsabile Ufficio Istruzione e Programmazione formativa, Alessandra Tassini – Responsabile Ufficio Pari Opportunità, Orientamento e Giovani  e Francesca Oliva, consulente di SLO 

In periodi di crisi economica e lavorativa, il tema dell’orientamento, delle scelte formative e professionali sembra paradossalmente passato in secondo piano rispetto ad altri temi apparentemente più urgenti. Sembra che la capacità degli individui di scegliere, promuoversi, ricercare attivamente le direzioni del proprio destino personale e professionale siano diventate meno importanti degli aspetti contrattuali e strutturali.
Esistono invece realtà in cui non solo questo tema non è passato di moda ma è stato oggetto di azioni mirate e specifiche, e per certi versi innovative. Parliamo della Provincia di Mantova e del suo Piano dell’Orientamento, di cui SLO ha curato come terza parte la valutazione ed il monitoraggio.
Forte delle risorse provenienti dall’Atto negoziale – Ambito Istruzione  –  stipulato con la Regione Lombardia in attuazione della legge regionale n. 19/2007 art. 6 “Norme sul sistema educativo di Istruzione e Formazione della Regione Lombardia”, la Provincia di Mantova ha promosso il coinvolgimento degli attori locali  operanti nella formazione, nell’istruzione, nel lavoro, nel terzo settore e nelle pari opportunità  attraverso l’invito alla sottoscrizione nel 2012 di un “Protocollo di intesa per l’attivazione nella provincia di Mantova di un Rete Provinciale dei servizi per l’orientamento formativo e professionale”.
I riferimenti metodologici del Protocollo di intesa sono stati la definizione di Orientamento adottata nella  Risoluzione del Consiglio Europeo del 2004, come “Orientamento lungo tutto l’arco della vita” e il documento  del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali “Prospettive di sviluppo di un sistema nazionale di orientamento” che sottolinea una accezione di orientamento inteso come attività processuale, legata all’intero percorso di vita della persona, trasversale ai diversi sistemi di istruzione e formazione, del lavoro, sociale, con attenzione al genere e all’inclusione sociale, diacronico rispetto alla vita della persona.
Il Protocollo di intesa ha raccolto l’accordo dei sottoscrittori attorno a tre obiettivi fondamentali:
  1. Definizione e attuazione di un efficace sistema di orientamento basato sull’integrazione tra le politiche dell’ istruzione, della formazione e lavoro e delle pari opportunità attraverso l’attivazione di una rete territoriale permanente tra i diversi attori che si occupano di orientamento scolastico e lavorativo;
  2. Superamento della frammentarietà degli interventi e razionalizzazione delle risorse economiche impiegate, integrazione e valorizzazione delle competenze professionali espresse dagli operatori;
  3. Individuazione delle linee strategiche di indirizzo e predisposizione di un coerente Piano di azione operativo annuale che individui le diverse attività e interventi di orientamento e un efficace sistema di monitoraggio e valutazione degli stessi
Ciò che ha trasformato il Protocollo da una intesa formale a strumento di conseguimento degli obiettivi è stata l’azione di progettazione partecipata avviata successivamente dalla Provincia.
L’atto formale di sottoscrizione del Protocollo di intesa è stato infatti accompagnato, in una fase successiva, da un percorso di progettazione partecipata che ha chiamato tutti i soggetti in gioco a partecipare a quattro Tavoli di lavoro, corrispondenti alle quattro fasi di vita dell’individuo all’interno del processo di orientamento, sulla base dei ruoli tecnici, delle funzioni e attività svolte dagli Enti e dalle organizzazioni coinvolte e delle candidature di partecipazione.
Il percorso di progettazione partecipata, dopo una prima fase di mappatura e condivisione tecnica e politica con gli stakeholder del territorio ha coinvolto in quattro incontri per ciascun Tavolo, soggetti molto diversi fra loro: istituzioni pubbliche, organizzazioni del privato sociale, imprese, istituti scolastici, sindacati, associazioni. Agli incontri dei Tavoli sono stati invitati a partecipare rappresentanze dei diversi Enti e organizzazioni con un ruolo tecnico e una prospettiva e competenza specifica da condividere.
In questa fase i referenti della Provincia hanno avuto un ruolo di facilitatori del processo e catalizzatori di risorse e idee: hanno raccolto le candidature e coinvolto  i partecipanti, organizzato e coordinato i lavori dei Tavoli, facilitato e proposto la mappatura dei servizi e delle attività in essere, tenuto traccia e fatto sintesi dei temi emersi durante gli incontri, elaborato e proposto all’attenzione dei partecipanti le strategie e gli indirizzi condivisi legati ai temi emersi.
Ciascun Tavolo ha individuato, infine, un focus/priorità da cui è poi scaturita la proposta di un’azione sperimentale che l’amministrazione provinciale ha condiviso, supportato e sostenuto.
Il processo attivato è stato un processo bottom-up: la scelta dei Focus da parte dei diversi Tavoli ha contribuito a determinare le scelte della Provincia rispetto a quali azioni/progetti di orientamento privilegiare all’interno delle quattro macroaree orientative individuate: istruzione e formazione, ingresso nel mondo del lavoro, esperienza lavorativa ed uscita dal mondo del lavoro. Complessivamente sono stati finanziati 17 Progetti per più di 355.000 euro, distribuiti su tutto il territorio provinciale.
Il Piano tuttavia, oltre ad individuare le priorità territoriali in materia di orientamento e a finanziarle attraverso gli avvisi relativi, ha anche contribuito a definire nuovi scenari e ambiti per i processi territoriali dell’orientamento. Il ruolo che la Provincia di Mantova si è ritagliata, ha consentito di  facilitare l’attivazione di nuove reti e collaborazioni tra attori mettendo così le basi per lo sviluppo di nuovi progetti e per l’accesso a ulteriori finanziamenti.
Le scelte della Provincia hanno avuto un riconoscimento significativo dal momento che il Piano dell’Orientamento di Mantova è stato considerato esperienza pilota di riferimento per il nuovo Sistema Regionale dell’Orientamento permanente – DGR Regione Lombardia n. 2191 del 25/07/2014.
La realizzazione del Piano ha evidenziato ampi spazi per lo sviluppo delle politiche di orientamento che potranno beneficiare del nuovo quadro delineato dalle scelte regionali. Da questo punto di vista le indicazioni regionali ex d.g.r. 2191/2014 “Interventi per la promozione dell’apprendimento lungo tutto l’arco della vita –approvazione del sistema regionale dell’orientamento permanente” e il successivo  D.d.u.o. 1 dicembre 2014 – n. 11338 “ Assunzione impegno di spesa a favore delle Province lombarde e approvazione delle modalità operative per l’attuazione del sistema regionale dell’orientamento permanente ai sensi della d.g.r. 2191/2014” delineano uno scenario interessante che consente uno sviluppo delle potenzialità espresse dal Piano.
In questo contesto il monitoraggio del Piano si è rivelato uno strumento che ha ampliato la consapevolezza degli attori consentendo di coglierne gli elementi distintivi e ha agevolato la definizione delle linee di sviluppo sull’orientamento nel territorio mantovano.
Roberto Piccinini,  Sabrina Magnani, Alessandra Tassini, Francesca Oliva

PARTE LA RIFORMA DEI SERVIZI PER L’IMPIEGO

17 giugno 2015 di slosrl

Autore Sergio Bevilacqua, sito web https://slosrl.wordpress.com/2015/06/17/parte-la-riforma-dei-servizi-per-limpiego/ 
immagine cpiMessaggio a chi lavoro nei centri per l’impiego, nelle province, negli enti accreditati, per chi è senza lavoro. Finalmente si mette mano ai servizi pensando ad innovare . . . era ora! Si danno indicazioni a chi lavora nei servizi e a chi li usa. Nell’ordine una breve sintesi, una sorta di bigino per un primo orientamento
  • Nasce un’agenzia nazionale che accorpa ministero del lavoro, INPS (per ciò che concerne gli ammortizzatori, INAIL, strutture regionali, provinciali, centri per l’impiego e attenzione anche i fondi interprofessionali (per esempio fondimpresa, foncoop …)
  • L’agenzia garantirà i servizi (livelli essenziali di prestazione) per le persone senza lavoro: orientamento, tirocini, formazione
  • Il Ministero stipula un convenzione con ogni regione per gestire i livelli essenziali e in quella sede si deciderà come coinvolgere gli accreditati
  • Le convenzioni andranno concordate entro il 30 settembre!Finalmente una data certa
  • Le regioni che non riusciranno ad assicurare i livelli minimi concorderanno una gestione diretta dei servizi da parte dell’agenzia
  • Si riconosce lo status di disoccupato anche ai lavoratori autonomi, è una novità innanzitutto culturale
  • Compare la figura del “disoccupato parziale” cioè chi genera un reddito inferiore al minimo esente da imposizione fiscale
  • Ci sarà un profilo della persona disoccupata che corrisponde ai bisogni della persona che si rivolge ai servizi (profilazione); chi opera in Lombardia consoce già questa modalità
  • La relazione tra disoccupato e agenzia è regolato da un patto di servizio e da un progetto che implica diritti e doveri (condizionalità). Tra i doveri la presenza alle convocazioni, ai percorsi di orientamento, alla formazione, l’accettazione di proposte di lavoro coerenti con il profilo.
Dopo più di quindi anni lo Stato italiano mette mano ai servizi per l’impiego. E’ una grande novità, tanto invocata e in sua attesa ha regnato uno stato di incertezza che ha prodotto disorientamento e demotivazione tra gli operatori delle strutture pubbliche.
Adesso si tratta di far decollare i nuovi servizi e le nuove organizzazioni. Ci sarà tanto lavoro da fare, il percorso è lungo.  Cercasi persone che intendano tirarsi su le maniche.

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