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sabato 21 gennaio 2017

Servizio Civile Nazionale: i contenuti della formazione di base nelle linee guida ministeriali

Nella nuova configurazione che il servizio civile ha assunto con il passaggio da obbligatorio, alternativo al servizio militare di leva a volontario e con le novità, a livello nazionale e locale, che sono state introdotte dall'entrata in vigore del decreto legislativo 5 aprile 2002, n.77, emerge la necessità di un potenziamento del ruolo strategico della formazione generale e di una ridefinizione della funzione e dei contenuti della stessa. 
La formazione generale dei volontari è un elemento strategico perché il nuovo servizio civile consolidi la propria identità ed è strumento necessario per :
- fornire ai giovani gli strumenti per vivere correttamente l'esperienza del servizio civile;
- sviluppare all'interno degli Enti la cultura del servizio civile; 
- assicurare il carattere unitario, nazionale del servizio civile.
Al fine di raggiungere questi obiettivi è stato predisposto il seguente documento contenente le linee guida per la formazione generale, una sorta di principi che, pur non potendo prefigurarsi come sistema formativo completo, indicano un modello che tutti gli Enti dovranno impegnarsi a rispettare nella loro attività di formazione.
Le linee guida sono, inoltre, rivolte all'Ufficio nazionale per il servizio civile e alle Regioni, cui viene richiesto di adeguare la normativa di rispettiva competenza, e di adottare iniziative di formazione dei formatori.
Più specificamente, dette linee guida indicano i contenuti minimi necessari cui la formazione generale dovrà attenersi e danno indicazioni sulle metodologie didattiche, sul monitoraggio e sui requisiti del formatore.
I volontari sono obbligati a frequentare i corsi di formazione generale e specifica e non possono, durante lo svolgimento dei predetti corsi, avvalersi di permessi.
L'Ufficio Nazionale per il Servizio Civile erogherà il rimborso previsto per la formazione generale solo per ogni volontario che avrà partecipato all'intero corso.
Le linee guida sulla formazione generale, vincolanti sia per i progetti che impiegano volontari in Italia, sia per quelli con sede di svolgimento all'estero, entreranno in vigore a partire dai progetti che saranno presentati nel 2006 e seguenti, con eccezione del paragrafo relativo al monitoraggio che, nei termini da precisare con successiva apposita circolare, sarà attuativo già per i progetti presentati dal 15 luglio al 15 settembre 2005 e che, quindi, partiranno nel 2006; è prevista una prima fase di sperimentazione delle linee guida della durata di un biennio, al termine della quale si potrà procedere, sulla base delle verifiche degli obiettivi che le stesse si prefiggono,alle necessarie valutazioni e correzioni qualitative.
1. La formazione generale
In questo paragrafo viene definita la traccia dei contenuti formativi di cui si deve necessariamente tener conto nella formazione generale al servizio civile; detta traccia trova corrispondenza in un allegato al presente documento, nel quale, in maniera schematica, vengono elencati i moduli formativi. Gli argomenti di detti moduli devono obbligatoriamente essere trattati nel corso di formazione generale in maniera paritaria ed esauriente ; accanto ai rispettivi titoli si forniscono agli enti indicazioni sulle tematiche da sviluppare.
La seguente traccia deve essere utilizzata come base formativa anche per la formazione generale relativa ai progetti di servizio civile che si svolgono all'estero; questa base comune sarà poi, necessariamente,in certi punti, approfondita o integrata con altre tematiche, secondo la peculiarità dei relativi progetti.
Il punto di partenza del percorso formativo del servizio civile non può che discendere dall'art. 1 della legge 64/01, che assegna come primi due obiettivi al servizio civile il "concorrere...alla difesa della Patria con mezzi ed attività non militari" e il "favorire la realizzazione dei principi costituzionali di solidarietà sociale." Come è da tempo ormai assunto nella giurisprudenza del nostro Paese, l'adempimento del "sacro dovere di difesa" si realizza anche attraverso "la prestazione di adeguati comportamenti di impegno sociale non armato". Tali comportamenti rientrano anche in quella "difesa civile" alla cui attuazione sono deputate diverse istituzioni. La difesa civile non armata e nonviolenta, infine, che si pone quale alternativa alla difesa militare, si riferisce anche a forme storiche di difesa popolare nonviolenta, realizzatesi in Italia e all'estero, e ha come indirizzo culturale e metodologico la prevenzione e la gestione nonviolenta dei conflitti e delle controversie internazionali.
Occorre pertanto che il percorso formativo prenda le mosse dalla Carta costituzionale , sia perché in essa è tratteggiata la fisionomia della "Patria" che chi sceglie il servizio civile si impegna a difendere , sia perché in essa hanno fondamento lo stesso servizio civile, con l'eredità ricevuta dall'obiezione di coscienza e gli obiettivi ad esso assegnati dal legislatore (artt.2, 3,4,5,9,11 e 52 Carta Costituzionale) Non sembrerà pertanto inutile insistere sul termine "Patria", così come viene definito dalla Costituzione e successivamente ampliato dalle sentenze della Corte Costituzionale, e che non rinvia solo al concetto di "confine nazionale", quanto piuttosto all'idea di una comunità di persone che vivono all'interno di tali confini. In questa accezione, pertanto, l'ambiente, il territorio, il patrimonio culturale, storico e artistico, sono parti costitutive della "Patria" e come tali vanno difese. La "Patria" è inoltre rappresentata dall'insieme delle istituzioni democratiche, dal loro ordinamento, nonché dai valori e dai principi costituzionali di solidarietà sociale.
La seconda tappa del percorso formativo è di ordine storico, su due distinti ma convergenti versanti. Da un lato, infatti, è utile ricostruire il percorso di idee, di esperienze e di "fatti" che hanno caratterizzato la storia dell'obiezione di coscienza e del servizio civile degli obiettori, ai quali si deve la maturazione in Italia della consapevolezza che la difesa della Patria non è compito delegato e assolto dalle sole Forze armate, ma che esistono e sono vitali per il Paese e per la sua stessa difesa anche "attività e mezzi non militari". Dall'altro lato, appare utile ripercorrere l'evoluzione della legislazione e della giurisprudenza costituzionale di questi ultimi anni, per comprendere le modalità con cui la maturazione ideale e concettuale prodotta nella società civile dall'obiezione di coscienza sia stata gradualmente fatta propria dallo Stato, in un percorso che ha rappresentato, attraverso leggi e sentenze , un approfondimento dei contenuti della stessa Carta costituzionale sui temi di nostro interesse.
In questo modo si soddisfa, con coerenza logica e didattica, la richiesta che il servizio civile nazionale non dimentichi l'eredità trasmessa dal servizio civile degli obiettori di coscienza, stabilendo che questa parte "storica" del percorso formativo del servizio civile non costituisce una concessione nostalgica agli enti che hanno avuto in passato esperienze di servizio civile alternativo, bensì rappresenta una componente essenziale da offrire ai volontari per capire gli aspetti più nobili e rilevanti dell'impegno assunto oggi con il servizio civile nazionale. Così facendo, inoltre, si metterà in evidenza come il servizio civile contribuisce alla costruzione della pace attraverso l'utilizzo di strumenti pacifici.
Il terzo passaggio del percorso formativo approfondirà i significati del termine "civile" che si accompagna al termine "servizio": che cos'ha di particolare, questo servizio, per poter essere definito "civile"? che cosa lo caratterizza? a quale realtà fa riferimento? Sono queste alcune delle domande che a questo punto il percorso formativo dovrà affrontare. La risposta ai quesiti porta ad esplorare il concetto di cittadinanza come modo di strutturare, codificando diritti e doveri, l'appartenenza ad una collettività che abita e interagisce su un dato territorio. Della cittadinanza è opportuno approfondire i principi, ma soprattutto le dimensioni pratiche, concrete, storiche, trattandosi di dimensione viva e vitale, e perciò soggetta a interpretazioni, limitazioni o estensioni. Altrettanto utile può essere ricostruire con i volontari le dimensioni collaterali, relative alle dinamiche delle interazioni sociali (es. inclusione/esclusione, centralità/marginalizzazione, etc.), per offrire ai giovani strumenti concettuali che li aiutino a leggersi nel contesto in cui vivono e operano e a leggere gli aspetti "strutturati" del contesto. Sarà molto importante sottolineare altresì il legame di interdipendenza esistente tra le problematiche locali e le dinamiche di dimensione globale e come il contributo di un progetto di servizio civile in Italia possa essere strettamente collegato ad un progetto all'estero e che anche in tal modo si costruisce la pace.
Occorre, infatti, tener conto del grado di conoscenza che i giovani possiedono sul sistema delle istituzioni cui è affidata la vita democratica del nostro Paese, ma anche il livello di benessere, la vivibilità, l'ordine, la sicurezza, il governo della quotidianità, la gestione dei servizi del contesto territoriale in cui il volontario abita e opera. E' necessario far riscoprire, se non scoprire, il significato, la funzione e il ruolo delle diverse istituzioni pubbliche (dalla Regione alla Provincia al Comune, senza dimenticare le ASL, le municipalizzate, i consorzi, le società di servizi, la Questura, la Prefettura, etc.), le relazioni tra queste e i cittadini, lo spazio dell'auto-organizzazione della società civile, come l'associazionismo e il volontariato, le relazioni tra questi mondi e le istituzioni, le dinamiche esistenti tra gli attori istituzionali e sociali, le logiche e le forme della partecipazione, etc.
Per questa via è possibile far crescere nei volontari il senso del servizio civile, inteso come anno di apprendistato alla cittadinanza, speso in un Ente affiancando un operatore locale di progetto, secondo le modalità e i principi definiti nella normativa di accreditamento degli enti e nella Carta etica, che qui è logico approfondire. In questa fase, vi è dunque l'opportunità di approfondire la "letteratura" normativa sul servizio civile nazionale, sui vari attori previsti dal sistema e sui contenuti della Carta etica, nonché sui ruoli e le funzioni attribuite ad ognuno dalla legge e dalle normative derivate, comprese quelle relative all'accreditamento, alla presentazione dei progetti, alla gestione dei volontari.
La penultima parte del percorso formativo riguarda l'Ente accreditato, partendo dalla constatazione che un Ente, per essere riconosciuto idoneo a proporre progetti di servizio civile, deve operare nel campo delle attività e dell'uso dei mezzi non militari che concorrono alla difesa della Patria. Il modulo, pertanto, evidenzierà quali sono gli aspetti fondamentali di questa "attività di difesa" condotta dall'Ente, come si realizzano, come sono vissuti dalle altre figure presenti nell'ente con le quali il volontario si incontra e lavora nel corso dell'anno di servizio civile.
A partire da questo punto sarà utile una presentazione della storia, delle modalità operative, delle specificità dell'ente che ha proposto al giovane il progetto di servizio civile, il suo radicamento nel territorio, il suo ruolo "civile" nei confronti della comunità locale, le relazioni stabilite con altri soggetti attivi sul medesimo territorio, gli utenti finali delle attività, il significato e gli obiettivi "civili" del progetto.
La tappa finale del percorso formativo riguarda più da vicino il volontario in servizio civile, il suo ruolo, la sua funzione, i diritti e i doveri, ma soprattutto le modalità di crescita nel campo dell'esercizio della cittadinanza e della partecipazione responsabile. Occorrerà presentargli le modalità, i luoghi e i tempi attraverso i quali può rendersi partecipe, può attivarsi, essere protagonista e propositivo, nel contesto in cui svolge il servizio; accompagnarlo nell'elaborare la sua esperienza, nel raccontarla per renderla fruibile agli altri, nel valutarla, correggerla, e farla infine apprezzare nella comunità in cui opera, tra i suoi coetanei e nei confronti dei mondi "larghi" che siamo abituati a pensare come "opinione pubblica"; offrendogli strumenti semplici ma efficaci di valorizzazione della sua esperienza, sia dentro che fuori dell'ente in cui opera.
2. Metodologia
La formazione generale, che, ai sensi dell'art.11 del D. Lgs.vo 77/02 deve avere una durata minima di 30 ore, può essere erogata con l'utilizzo di tre metodologie:
1. la lezione frontale: i/le formatori/formatrici possono avvalersi di esperti della materia trattata. Gli enti devono indicare tale possibilità alla voce "Modalità di attuazione" delle schede progetto; i nominativi degli esperti saranno indicati nei registri della formazione di cui al paragrafo 3), a cui verranno allegati i curriculum vitae che gli enti si impegnano a rendere disponibili per ogni richiesta dell'Ufficio Nazionale per il Servizio Civile;
2. le dinamiche non formali: la situazione formativa che fa riferimento alle dinamiche di un gruppo (ed alla sua evoluzione sul piano della autoregolazione della struttura e degli obiettivi) è essenzialmente legata a risultati di facilitazione a che i volontari riescano a percepire e ad utilizzare le risorse interne al gruppo, costituite da ciò che ciascuno, come individuo e come parte di una comunità, porta come sua esperienza, come suo patrimonio culturale, e dalle risorse che l'Ente mette a disposizione dei partecipanti in diversi modi e sotto diversi aspetti.
Le tecniche all'uopo utilizzate comprendono, in maniera ampia, la sinottica e il metodo dei casi, il T-group e l'esercitazione, i giochi di ruolo e l'outdoor training, e, nel complesso, sia le tecniche di apprendimento che i tipi di esperienze riconducibili alla formazione alle relazioni in gruppo e di gruppo.
3. formazione a distanza: prevede l'utilizzo di un sistema software (una "piattaforma") che permetta di gestire a distanza vari corsi di formazione, ognuno dei quali è seguito da una o più classi, monitorati da appositi tutor.
Ogni piattaforma deve consentire di fruire dei contenuti in maniera flessibile e adattabile al singolo utente, in particolare seguendo il corso anche off-line (cioè senza essere connessi alla rete Internet, con notevole risparmio di costi).
La formazione a distanza dovrà prevedere test di auto-valutazione del grado di apprendimento raggiunto, che traccino (registrando e monitorando on-line o off-line) le attività dell'utente.
La piattaforma dovrà normalmente fornire alcuni servizi standard: monitoraggio dell'interazione, strumenti di comunicazione intergruppo, pubblicazione dei dati.
I programmi di formazione generale, nell'ambito delle tre possibili modalità sopra indicate, dovranno prevedere il ricorso alla lezione frontale per non meno del 50% del monte ore complessivo destinato alla formazione generale e, comunque, per i moduli formativi di cui ai punti 3), 4) ed 8) dell'allegato al presente documento, nonché il ricorso alle dinamiche non formali per non meno del 20% del predetto monte ore.
Sia per le lezioni frontali che per i moduli tenuti con dinamiche non formali, le aule non possono superare le 25 unità.
L'Ufficio nazionale può predisporre per alcuni dei contenuti indicati al paragrafo 1) adeguato materiale didattico e dispense (sulla falsariga di quanto già fatto per la formazione degli OLP) che gli enti devono adottare come base comune, pur potendolo poi autonomamente integrare e arricchire.
3. Monitoraggio
L'Ufficio Nazionale per il Servizio Civile ha il compito di effettuare il monitoraggio sull'andamento generale della formazione erogata ai volontari di servizio civile.
Il monitoraggio, diretto non solo a verificare che l'attività di formazione espletata sia conforme a quanto richiesto dalla normativa e dalle linee guida, ma anche a migliorare la qualità del sistema della formazione, avviene attraverso:
a) la verifica da parte dell'Ufficio nazionale della certificazione della formazione generale svolta, da trasmettere, entro cinque mesi dall'inizio del progetto, a cura del legale rappresentante dell'ente o del responsabile del servizio civile nazionale. Tale certificazione dovrà contenere, tra l'altro, l'elenco nominativo dei volontari formati e tutti gli elementi necessari al pagamento del contributo per la formazione;
b) la predisposizione e tenuta da parte degli enti di registri della formazione, che dovranno contenere ulteriori elementi sulla formazione svolta, compresa quella specifica, e che dovranno essere tenuti a disposizione dell'Ufficio nazionale;
c) la raccolta e la valutazione, da parte dell'Ufficio nazionale, di informazioni risultanti dal monitoraggio interno cui gli enti sono tenuti ai sensi della circolare 8 aprile 2004 e successive modifiche, concernente "Progetti di servizio civile nazionale e procedure di selezione dei volontari", e che è incentrato sull'andamento e la verifica del percorso formativo predisposto, sulla valutazione periodica dell'apprendimento di nuove conoscenze e competenze, nonché sulla crescita individuale dei volontari;
d) verifiche sul campo dei corsi di formazione , da parte dell'Ufficio nazionale che potrà, eventualmente, delegare tale compito alle Regioni. Tali verifiche potranno prevedere la presenza ai corsi organizzati dagli enti di servizio civile di personale dell'Ufficio nazionale e delle Regioni, o di consulenti appositamente incaricati.
Con successiva circolare l'Ufficio nazionale definirà i modelli per la certificazione e per i registri della formazione, di cui ai punti a) e b), e fornirà le istruzioni per la loro compilazione; le disposizioni della circolare si applicheranno a partire dai progetti che saranno avviati nel 2006.
L'inosservanza dell'obbligo di assicurare ai volontari la formazione, nel limite minimo previsto dalla normativa vigente e con i contenuti e le modalità indicate dalle presenti linee guida, è sanzionato, come stabilito dalla circolare 8 settembre 2005 in materia di doveri degli enti di servizio civile nazionale, con l'interdizione temporanea della durata di un anno a presentare altri progetti e, in caso di particolare gravità o recidiva, con la cancellazione dall'albo degli enti di servizio civile.
4. I formatori
Sono formatori accreditabili per l'erogazione della formazione generale i dipendenti dell'ente di servizio civile, o altro personale volontario o a contratto, in possesso di titolo di studio di istruzione superiore, con esperienza professionale in ambito formativo di almeno tre anni, e che abbiano esperienza specifica, almeno annuale, di formazione al servizio civile; quest'ultimo requisito può essere sostituito dalla frequenza di un corso organizzato dall'Ufficio nazionale o dalle Regioni.
Ove la circolare sull'accreditamento lo consenta, gli enti di servizio civile possono acquisire la formazione dalle Regioni e Province autonome, che possono avvalersi, a tal fine, di enti dotati di specifiche professionalità, purché i formatori siano in possesso dei medesimi requisiti previsti nel primo capoverso del presente paragrafo.
I formatori sono tenuti a partecipare, almeno ogni due anni, a corsi di aggiornamento organizzati dall'Ufficio nazionale o dalle Regioni.
Il personale utilizzato per la formazione specifica dagli enti di servizio civile deve avere competenze professionali e formative adeguate al trattamento della materia a lui affidata. Nella scheda progetto, l'ente di servizio civile deve indicare chiaramente quale modulo verrà trattato dal singolo formatore per permettere all'Ufficio nazionale o alle Regioni di verificare l'effettiva competenza del formatore indicato.
IL PATTO FORMATIVO
-     Introduzione e presentazione del corso di formazione: significati del Servizio Civile Nazionale.
- Il Patto formativo
- Obiettivi formativi e arricchimento professionale.
LA REALIZZAZIONE DEI PRINCIPI COSTITUZIONALI DI SOLIDARIETA’ SOCIALE.
- Il dovere di difesa della Patria e la difesa civile non armata e non violenta.
- La Protezione Civile.
- La solidarietà e le forme di cittadinanza responsabile.
 Attività esperienziali. Lavori di gruppo. Dibattito. Verifica della giornata. 
STORIA E SIGNIFICATI DEL SERVIZIO CIVILE
- confronto sul significato, evoluzione e sviluppo del SCN;
- fondamenti legislativi e giurisprudenziali del SCN.
- La carta d’impegno etico.
   Attività esperienziali. Lavori di gruppo. Dibattito. Verifica della giornata.
COMPETENZE NELLE DINAMICHE DI GRUPPO E GESTIONE DEL CONFLITTO
-       il  team-working;               
- Il lavoro per progetti.
- La gestione del conflitto.
 Attività esperienziali. Lavori di gruppo. Dibattito. Verifica della giornata.
RAPPORTO ENTE PUBBLICO, ENTE ACCREDITATO E TERRITORIO
- Sinergie e possibilità di collaborazione e sviluppo tra gli stakeholders;
- ruoli e funzioni dei soggetti costituzionalmente coinvolti nella realizzazione della      solidarietà sociale. 
- L’ attività di difesa condotta dall’ente accreditato;
- contestualizzazione regionale: patrimonio culturale; ambiente; protezione Civile; servizi   Sociali; cultura della legalità; realtà giovanile.

Servizio Civile Nazionale: con la formazione si delinea una strada per il futuro




Cos'è il Servizio Civile Nazionale
Il Servizio Civile Nazionale, istituito con la legge 6 marzo 2001 n° 64, - che dal 1° gennaio 2005 si svolge su base esclusivamente volontaria - è un modo di difendere la patria, il cui "dovere" è sancito dall'articolo 52 della Costituzione; una difesa che non deve essere riferita al territorio dello Stato e alla tutela dei suoi confini esterni, quanto alla condivisione di valori comuni e fondanti l'ordinamento democratico. 
E' la opportunità messa a disposizione dei giovani dai 18 ai 28 anni di dedicare un anno della propria vita a favore di un impegno solidaristico inteso come impegno per il bene di tutti e di ciascuno e quindi come valore di coesione sociale.
Il servizio civile volontario garantisce ai giovani una forte valenza educativa e formativa, una importante e spesso unica occasione di crescita personale, una opportunità di educazione alla cittadinanza attiva, contribuendo allo sviluppo sociale, culturale ed economico del nostro Paese.
Chi sceglie di impegnarsi per dodici mesi nel Servizio civile volontario, sceglie di aggiungere un'esperienza qualificante al proprio bagaglio di conoscenze, spendibile nel corso della vita lavorativa, quando non diventa addirittura opportunità di lavoro, nel contempo assicura una sia pur minima autonomia economica. 
Le aree di intervento nelle quali è possibile prestare il Servizio Civile Nazionale sono riconducibili ai settori:
o    Opportunità per gli Enti
o    Gli enti di servizio civile sono le amministrazioni pubbliche, le associazioni non governative (ONG) e le associazioni no profit che operano negli ambiti specificati dalla Legge 6 marzo 2001, n. 64. Per poter partecipare al SCN gli enti devono dimostrare di possedere requisiti strutturali ed organizzativi, avere adeguate competenze e risorse specificatamente destinate al SCN. L'ente di SCN deve sottoscrivere la carta di impegno etico che intende assicurare una comune visione delle finalità del SCN e delle sue modalità di svolgimento. 
o    Solo tali enti, iscritti in appositi albi - Albo nazionale e Albo regionale -, possono presentare progetti di Servizio Civile Nazionale.
o    Il Servizio Civile Nazionale consente agli enti accreditati di avvalersi di personale giovane e motivato, che, stimolato dalla possibilità di vivere un'esperienza qualificante, assicura un servizio continuativo ed efficace. 
o    I progetti d'impiego dei volontari, predisposti dagli enti pubblici e dalle organizzazioni del Terzo Settore iscritti all'Albo nazionale vengono presentati all'Ufficio Nazionale per il Servizio Civile, quelli predisposti dagli enti territoriali iscritti nell'Albo regionale vengono presentati alle strutture del Servizio civile della Regione competente per territorio.
o    L'utilizzo dei volontari del servizio civile attiva un rapporto privilegiato con i ragazzi che, dopo i 12 mesi di servizio, tendono in genere a mantenere contatti collaborativi con l'ente.
o    Occasione per i giovani
o    I giovani, di età compresa tra i 18 e 28 anni, di cittadinanza italiana, interessati al Servizio civile volontario possono partecipare ai bandi di selezione dei volontari presentando, entro la data di scadenza prevista dal bando, la domanda di partecipazione.
o    La domanda di partecipazione, in carta semplice, è indirizzata all'Ente che ha proposto il progetto, è redatta utilizzando il modello allegato al bando, deve contenere l'indicazione del progetto prescelto ed essere corredata, ove possibile, di titoli di studio, titoli professionali, documenti attestanti esperienze lavorative svolte.
o    E' ammessa la presentazione di una sola domanda per bando.
o    Il modulo di domanda può essere scaricato dalla sezione "Modulistica" o dall'area "Bando" alla voce Modulo; i progetti possono essere consultati nell'area "Bando " attraverso un motore di ricerca che consente una selezione geografica o per settore di interesse.
o    L'ente sceglie, tra i profili delle candidature presentate, quelli più adeguati alle attività operative previste dal progetto. I candidati selezionati vengono inclusi in una graduatoria provvisoria che diventa definitiva dopo la verifica dei requisiti previsti dal bando. Successivamente l'UNSC con proprio provvedimento dispone l'avvio al servizio dei volontari, specificando la data di inizio del servizio e le condizioni generali di partecipazione al progetto.
Le tematiche trattate nei moduli formativi sono quelle indicate dal SCN
Attività
Durata (in minuti)
Primo Modulo: Identità del gruppo e patto formativo

a)     Presentazione dell’Agenda

b)    Presentazione del corso - Documento di lavoro

c)  Attività di conoscenza - Presentazione dei partecipanti

d)    Raccolta delle aspettative



Secondo Modulo: Storia e significato del Servizio Civile Nazionale

a) Servizio Civile Nazionale come Difesa della  Patria non armata e nonviolenta

b) Fondamenti costituzionali e normativi del Servizio Civile Nazionale

c) Carta di Impegno Etico e Cittadinanza Attiva



Terzo Modulo: Gestione del gruppo di lavoro e del conflitto

a) Elementi di Comunicazione nella gestione delle dinamiche formative

b) Dalla nonviolenza alla gestione del conflitto



Quarto Modulo: Progettazione e progetto

a) Lavorare nel progetto

b) Ruolo e responsabilità del volontario nel sistema del Servizio Civile Nazionale

c) Valutazione di fine Corso

mercoledì 28 dicembre 2016

La Rete, le Tecnologie e l'Apprendimento. Linee guida per una indagine conoscitiva.


Il rapporto tra le tecnologie, le forme di apprendimento e le modalità di organizzazione delle conoscenza, la riconfigurazione e il potenziamento degli ambienti di apprendimento, gli strumenti per stimolare la progettualità degli studenti, rappresentano l'oggetto della presente indagine che si rivolge a quanti, operando nei settori dell’educazione e della formazione, sono interessati a una riflessione profonda sulla relazione tra conoscenza, azione e tecnologie. 
Queste relazioni modificano la concezione del mondo e gli artefatti tecnologici si collocano in modo “ambiguo” tra la persona e l’ambiente; in alcuni casi sono esterne alla persona, in altri sono quasi parte della persona, come a formare un corpo esteso.
La didattica e le tecnologie sono legate a doppio filo. Le tecnologie dell’educazione non sono un settore specialistico, ma un filo rosso che attraversa la didattica stessa. E questo da differenti prospettive. Le tecnologie e i media modificano modalità operative e culturali della società; influiscono sulle concettualizzazioni e sugli stili di studio e di conoscenza di studenti e adulti. 
I processi di mediazione nella didattica prendono forma grazie agli artefatti tecnologici che a un tempo strutturano e sono strutturati dai processi didattici.
Le nuove tecnologie modificano e rivoluzionano la relazione tra formale informale.
Partendo da tali presupposti, la nostra indagine conoscitiva intende indagare vari versanti.
Il primo è quello del legame tra media, linguaggi, conoscenza e didattica. 
La ricerca dovrà esplorare, con un approccio sia teorico, sia sperimentale, come la presenza dei media intervenga sulle strutture del pensiero e come le pratiche didattiche interagiscano con i dispositivi sottesi, analizzando il legame con la professionalità docente, da un lato, e con nuove modalità di apprendimento dall'altro.
Il secondo versante è relativo al ruolo degli artefatti tecnologici nella mediazione didattica.
Analizzerà l’impatto delle Tecnologie dell’Educazione nella progettazione, nell'insegnamento, nella documentazione e nella pratiche organizzative della scuola.
Lo spettro è molto ampio e non limitato alle nuove tecnologie; ampio spazio avranno, comunque, l’e-learning, il digitale in classe, il web 2.0, l'I.A.
Il terzo versante intende indagare l’ambito tradizionalmente indicato con il termine Media Education.
Esso riguarda l’integrazione dei media nel curricolo nella duplice dimensione dell’analisi critica e della produzione creativa e si allarga a comprendere i temi della cittadinanza digitale, dell’etica dei media, del consumo responsabile, nonché la declinazione del rapporto tra i media e il processo educativo/formativo nell'extra-scuola, nella prevenzione, nel lavoro sociale, nelle organizzazioni.
Per l’esplorazione dei tre versanti si darà voce non solo ad autori italiani, ma anche alcune significative produzioni della pubblicistica internazionale. 
Inoltre, la ricerca sarà orientata all'esplorazione dei territori di confine tra differenti discipline. Non solo, quindi, la pedagogia e la didattica, ma anche il mondo delle neuroscienze, delle scienze cognitive e dell’ingegneria dell’informazione.

La rivoluzione digitale ha contribuito a trasformare il processo di insegnamento-apprendimento che, dalla classica trasmissione di conoscenze 'da uno a molti', è diventato uno scambio 'da molti a molti'.
La nascita di un’economia basata sulla conoscenza (Knowledge Society) e sull'apprendimento permanente (life long learning) ha dato vita ad un individuo libero di imparare ad autogestire la propria formazione in tutti gli ambiti del formale, non formale e informale.
Per lungo tempo la riproduzione della conoscenza è avvenuta tramite il processo passivo di trasmissione delle informazioni dal docente all'allievo, con il rischio che l’alterazione di tale rapporto potesse procurare un blocco e quindi una perdita di saperi. L’informazione può essere riprodotta ma la conoscenza, per essere interiorizzata, necessita di una mobilitazione cognitiva che coinvolga il soggetto.
La rivoluzione digitale ha cambiato radicalmente il processo di scambio delle informazioni e delle conoscenze. A. Calvani (1999) ha mostrato come la Rete e il computer amplificatore della comunicazione uomo-macchina abbiano contribuito allo sviluppo dei processi di collaborazione e cooperazione. Nel nuovo ʹambiente di rete e in Reteʹ troviamo comunicazioni orizzontali, una spinta crescente verso l’autoapprendimento e un incremento di forme ibride di apprendimento e lavoro.
Il concetto di rete comprende un ampio significato che si ricollega a quanto studiato dalla Social Network Analysis che vede la società come una «rete di relazioni» più o meno estese. Tale metodologia studia il modo in cui ogni attore sociale si relaziona con gli altri, ritenendo che questa interazione influenzi il comportamento di tutte le parti coinvolte.
Lo sviluppo delle Information and Communication Technologies e del Web 2.0 ha creato una versione avanzata delle reti sociali permettendo «una più efficace comunicazione e collaborazione sociale capace di generare fiducia anche all’interno di relazioni a legami deboli e soprattutto capace di creare una nuova conoscenza e innovazione» (Provasi, 2003).
M. Granovetter (1973) ha sostenuto la «forza dei legami deboli» - presenti nella Rete - data dalla combinazione di tempo, emozioni, fiducia e scambio di servizi. Egli ha mostrato la loro utilità nell’offrire maggiore accesso a informazioni e risorse esterne rispetto a quelle reperibili in una cerchia sociale fisicamente ristretta. Sebbene i legami deboli non offrano lo stesso supporto emotivo dei “legami forti” (amici, familiari, colleghi di lavoro) possono ampliare le relazioni e creare maggiori opportunità.
G. Trentin (2004) ha invitato a superare il concetto di Rete intesa come semplice strumento di trasmissione dei materiali didattici lasciando spazio ad una nuovo modello interpretativo: la Rete vista come «luogo dove dar vita a un processo di insegnamento-apprendimento connotato da un elevato livello di interattività fra tutti gli attori coinvolti». Egli sostiene l’uso educativo delle reti mediante la Computer Mediated Communication. Con ciò propone di passare da una «formazione e-learning» (realizzata in aule virtuali dove si sviluppa lo studio individuale e l’interazione a distanza), traslata poi in «formazione blended» (modalità di erogazione della didattica che prevede il supporto di una piattaforma tecnologica alla didattica tenuta in presenza), ad una «formazione mutuata» (processo di apprendimento collaborativo che si basa sulla condivisione di esperienze e conoscenze e sull’aiuto reciproco) con il rinforzo delle tecnologie di Rete.
In tal caso, l’apprendimento mutuato sarebbe composto da tre fasi peer learning:
- socializzazione del problema: si chiede aiuto ad altri per risolvere un problema;
- socializzazione delle migliori pratiche: se si ottiene un consiglio si apprende qualcosa di nuovo che entrerà a far parte del proprio bagaglio culturale;
- collaborazione nel problem solving: se nessuno ha un’idea su come risolvere il problema la si può cercare insieme in Rete.
Lo scenario delineato rientra nell’ampia visione di una ʹpedagogia di reteʹ che vede le potenzialità di un ʹarricchimento digitale integratoʹ di tempi e spazi dell’apprendimento in cui si incontra una rete di persone.
Riferimenti bibliografici
Calvani, A., Rotta, M. (1999), Comunicazione e apprendimento in Internet. Didattica costruttivistica in rete, Trento, Erickson.
Granovetter, M. (1973), The strength of weak ties. In: American Journal of Sociology, Vol 78, N. 6, pp. 1360-1380.
Provasi, R. (2003), Il sistema evoluto delle reti d'impresa: le reti oloniche, Working Paper elaborato nell'ambito del Dottorato di Ricerca in Economia Aziendale, Università di Pavia.
Trentin, G. (2004), Apprendimento in rete e condivisione delle conoscenze. Ruolo, dinamiche e tecnologie delle comunità professionali online, Milano, Franco Angeli.

venerdì 9 dicembre 2016

Supporto teorico pratico per la preparazione al concorso TFA specializzazione sostegno. Creativita’ e pensiero divergente.

Il pensiero divergente e la creatività

di Filippo Carli
Come ci approcciamo di solito alla risoluzione di un qualsiasi tipo di problema? Quali sono le strategie che spesso utilizziamo senza nemmeno accorgercene? E qual’è il ruolo della creatività?
Esistono molti modi di pensare differenti fra loro, ognuno con qualità e limiti diversi. Normalmente li usiamo congiuntamente, senza un vero confine fra l’uno e l’altro, in un incessante riflettere per arrivare al traguardo atteso. Molte volte capita che una precisa strategia si riveli vincente per la risoluzione di un preciso problema rispetto alle altre. Altre volte dobbiamo invece utilizzarle in parallelo creando collegamenti fra esse e rivedendo più volte il nostro punto di vista.
Può quindi essere importante cercare di capire queste strategie e trovare nuovi percorsi critici per analizzare le nostre idee, in un mondo dove le idee portano a giudicare il prossimo e, molte volte, a non cogliere un quadro più complesso.
Per riuscire a risolvere un problema logico la nostra mente utilizza molte strategie ben diverse fra loro. Una di queste è il “pensiero per analogie” che consiste nel cercare nell’esperienza passata degli elementi che possano essere trasferiti al caso presente applicando conoscenze relative a una situazione nota a una situazione non nota. Un’altra strategia frequentemente utilizzata è il “ragionamento induttivo” che consiste nella formazione di concetti, dove varie esperienze permettono di ricavare un principio generale che ci possa servire per il caso presente (dal caso particolare ricaviamo una conclusione generale). Altra strategia, diametralmente opposta, è il “ragionamento deduttivo” dove da un principio generale si può compiere il percorso inverso dell’induzione e ricavare conclusioni particolari. Nelle situazioni sinora analizzate però esiste sempre uno strato iniziale che deve essere trasformato in un ben definito stato finale.
Spesso capita però che non si abbia una precisa idea dell’obiettivo da raggiungere, dove il punto di arrivo non è già dato ma deve essere trovato o inventato. In questi casi la “creatività”, definita come un particolare modo di pensare, gioca un ruolo predominante, creando una rottura con i modelli esistenti e introducendo qualcosa di nuovo. In questo caso il pensiero diventa creativo.
Uno dei modi di intendere il pensiero creativo è quello chiamato “pensiero divergente” (Guilford, 1967), il quale è contrapposto al “pensiero convergente” che viene attivato nelle situazioni che permettono un’unica risposta pertinente, cioè esso rimane circoscritto entro i limiti della situazione, segue le linee interne alla situazione stessa rispettando o utilizzando regole già definite e codificate e produce un’unica risposta accettabile a un problema.
Il “pensiero divergente”, invece, è attivato nelle situazioni che permettono più risposte corrette, più vie di uscita o di sviluppo. Esso pertanto va al di là di ciò che è contenuto nella situazione di partenza, ricerca in varie direzioni e produce qualcosa di nuovo. L’elemento caratterizzante di questo processo è quindi la produzione di nuove idee.

Secondo Guilford, i principali aspetti che contraddistinguono il pensiero divergente sono:
・    La Fluidità, intesa come capacità di riprodurre tante idee senza riferimento alla loro qualità o adeguatezza.
・    La Flessibilità, che indica la capacità di passare da una successione o catena di idee all’altra.
・    L’Originalità, che consiste nella capacità di trovare idee insolite.
・    L’Elaborazione, intesa come capacità di percorrere sino in fondo la linea di pensiero intrapresa.
・    La Valutazione, definita come capacità di selezionare, tra le varie idee prodotte, quelle più pertinenti agli scopi.

Talvolta la creatività del pensiero sembra non dipendere dalla combinazione dei singoli elementi, ma da un cambiamento nella visione complessiva della situazione. Questo processo, che permette di individuare qualcosa di nuovo da una situazione di partenza è stato definito “pensiero produttivo”, contrapposto al “pensiero riproduttivo”, dove il soggetto tende a riprodurre meccanicamente procedimenti precedentemente appresi (dalla teoria della Gestalt). Il pensiero produttivo quindi non è contraddistinto né dal procedere per tentativi né dalla riattivazione automatica di una risposta consolidata, ma dall’emissione istantanea di una nuova risposta a seguito di una intuizione. In pratica il soggetto rielabora la situazione sotto un differente punto di vista e diviene immediatamente evidente qualche suo nuovo aspetto che prima non aveva avvertito o considerato. Il pensiero produttivo permette quindi una “ristrutturazione” del problema. Anche in questo caso la componente creativa, ovvero la capacità di andare oltre gli “schemi”, gioca un ruolo decisivo, permettendoci di superare la tendenza a impiegare i vari elementi del problema secondo il loro uso comune e riconcettualizzando la loro funzione, utilizzandoli in maniera diversa o insolita.
C’è da sottolineare però che il pensiero divergente non è superiore a quello convergente, anche perché spesso il secondo si adatta meglio alla risoluzione di vari problemi particolari. La cosa importante è considerare i due tipi di pensiero complementari, dove ognuno ha caratteristiche fondamentali per la risoluzione di determinati problemi.
Spesso e per molto tempo però il pensiero convergente è stato il principale strumento insegnato e utilizzato nelle scuole, mentre la sua controparte divergente e lo sviluppo della creatività nei ragazzi sono stati quasi del tutto trascurati.
E’ quindi fondamentale dare rilievo e incentivare lo sviluppo di entrambi i tipi di ragionamento senza preferire uno a scapito dell’altro.
In ultima analisi, coltivare la creatività e il pensiero divergente significa soprattutto dare meno spazio a scelte automatiche e meccaniche ed affinare lo spirito critico grazie al quale poter analizzare e valutare tutte le soluzioni alternative di un dato problema o della realtà che ci circonda.
Che cos'è la creatività?

La creatività è un concetto familiare eppure stranamente elusivo. Potremmo riscontrare un certo disaccordo sulla possibilità di essere creativi nelle scienze come nelle arti, in casa come nel laboratorio del vasaio, nell'allevare bambini come nello scrivere libri. Ulteriore disaccordo sorgerebbe probabilmente se iniziassimo a discutere sul  se effettiva­mente la creatività possa essere interamente appresa o se sia un dono prezioso con il quale nasciamo (o meno, a seconda dei casi).

Il pensiero divergente


Uno degli approcci di problema consiste nel vedere la creatività come un modo particolare di pensare, un modo di pensare che implica originalità e fluidità, che rompe con i modelli esistenti introducendo qualcosa di nuovo.
Dal lavoro giovanile di J.P.Guilford il termine pensiero divergente  è quello più strettamente connesso all'atto creativo. Guilford, asseriva che il pensiero divergente è la capacità di produrre una gamma di possibili soluzioni per un dato problema, in particolare per un problema che non preveda un 'unica risposta corretta. È facile rendersi conto che una simile capacità ha probabilmente un ruolo nell'atto creativo, poichè l'artista ha spesso bisogno di esplorare una serie di possibili modi di dipingere un quadro, di portare a termine un romanzo o di scrivere una poesia prima di decidersi alla fine per quello che sembra essere il migliore. Ovviamente ci aspettiamo che un atto creativo riporti anche l'impronta dell'originalità, ma anche in questo caso il pensiero divergente avrà un suo ruolo, poiché più ampia sarà la gamma di possibilità che siamo in grado di produrre, più alta sarà la probabilità che una di esse dia prova di originalità.

Creatività e intelligenza


Guilford si riferiva anche a ciò che lui chiamava pensiero convergente. Nel pensiero convergente si dice che gli individui convergono, invece che discostarsene, sull'unica risposta accettabile a un problema e producono efficacemente la soluzione Talvolta si afferma che i test di intelligenza si concentrano solamente sul pensiero convergente, dato che a ogni item corrisponde un'unica risposta corretta accettabile, e che il pensiero divergente può essere veramente dimostrato solo con test cosiddetti a finale aperto. Questo è probabilmente vero ed è sempre un esercizio interessante chiedere ai bambini di guardare alcuni item di un test di intelligenza (in particolare quelli del tipo "Metti in evidenza l'elemento estraneo”) e vedere se per ognuno riescono a trovare spiegazioni a più di una soluzione accettabile. Nel farlo chiediamo loro di pensare in modo divergente piuttosto che convergente e i risultati potrebbero essere in un certo senso sorprendenti per chi
costruisce test di intelligenza.
Tuttavia non sto sostenendo che il pensiero divergente sia comunque superiore a quello convergente, o che sbagliamo nel dedicare a quest'ultimo così tanto tempo nelle scuole. Spesso il pensiero convergente si adatta meglio a un problema particolare e inizialmente dovremmo quindi considerare il pensiero divergente come complementare a quello convergente, invece di istituire fra i due tipi di pensiero una sorta di competizione. Ciò che Guilford e altri tentarono di dimostrare è che ,dando rilievo al pensiero convergente, siamo stati inclini a trascurare completamente il pensiero divergente e di conseguenza non abbiamo fatto abbastanza per l’insegnamento (o lo sviluppo ) della creatività nelle scuole.




La creatività e la scuola


Lavorando sulla scia del trasporto entusiastico iniziale per il lavoro di Guilford, Hudson (1966) ha rilevato che in prima media coloro che hanno un alto grado di divergenza tendono a specializzarsi nelle arti e quelli con un alto grado di convergenza nelle materie scientifiche. Ciò può essere dovuto principalmente all'incoraggiamento e alle opportunità piutto­sto che a qualcosa di insito in una delle due discipline scolastiche in questione o negli alunni stessi. Pare che, almeno in certe scuole, agli studenti di materie scientifiche sia permesso agire meno spesso in modo divergente rispetto agli studenti di arte, perché le discipline che essi studiano sono ritenute essere meno soggettive (forse meno «d'ispirazione») di quelle seguite nei licei artistici e nelle accademie delle belle arti. Quando agli studenti di scienze vengono forniti esempi di ciò che si intende con pensiero divergente, i loro punteggi nei test sul pensiero divergente mostrano un miglioramento immediato. Presumendo che tali test siano una buona misura della creatività, questo indicherebbe che gli studenti di materie scientifiche non mancano di capacità creativa ma semplicemente che necessitano dell'incentivo per estrinsecarla.


Incoraggiare il pensiero divergente


Il primo punto che gli insegnanti devono quindi tenere a mente è che, quale che sia la loro materia, devono essere consci delle opportunità di incoraggiare il pensiero divergente negli studenti e sfruttarle quando si presentano. Bruner sostiene che nell'ambito dell'educazione tendiamo a ricompensare solo le risposte «giuste» e a penalizzare quelle «sbagliate». Questo rende i bambini riluttanti ad azzardare soluzioni nuove o originali nella risoluzione di un problema, dato che le probabilità di sbagliare in questo caso diventano inevitabilmente maggiori. In altre parole essi non vogliono correre rischi. Tuttavia il salto immaginativo, la produzione di una risposta diversa da quella convenzio­nale, la prontezza ad assumersi quelli che potrebbero essere chiamati i rischi conoscitivi sono inscindibili dallo sforzo creativo. L'insegnante dovrebbe essere preparato ad agire in un'atmosfera in cui tale sforzo sia incoraggiato e ricompen­sato piuttosto che in un clima educativo dove vengano approvate soltanto le soluzioni caute e convergenti.
Questo non significa certo che non teniamo in considerazione l'accuratezza o la precisione. Si ricordi che l'atto creativo implica la verifica/valutazione. La soluzione deve essere verificata per vedere se funzionerà; se fallisce deve essere scartata, anche se il bambino può nondimeno essere lodato per lo sforzo immaginativo compiuto. E anche questo fallimento può essere apportatore di nuove idee che possono poi essere verificate ed eventualmente condurre alla soluzione desiderata.
Secondo Bruner invece il pensiero creativo è olistico (produce cioè risposte che hanno un'ampiezza superiore alla somma delle loro parti), mentre il pensiero razionale e convergente è algoritmico (produce cioè risposte che sono inequivocabilmente esse stesse). Entrambi i tipi di pensiero hanno un loro ruolo fondamentale, ma dovrebbero essere utilizzati per completarsi e sostenersi a vicenda e non venire in un certo senso considerati come reciprocamente incompatibili.
Prima di affermare con troppo entusiasmo di aver già compreso il valore per la classe di entrambe le forme di pensiero e che mai penalizzeremmo il bambino per un tentativo olistico, dovremmo ricordarci che la scoperta di Getzels e Jackson, secondo cui coloro che hanno un alto grado di divergenza sarebbero meno benvoluti dagli insegnanti rispetto a quelli con un alto grado di convergenza, può ancora essere ritenuta valida. Le scuole hanno le loro regole e regolamenti, i loro modelli di procedura e di condotta e spesso il bambino conformista riesce a convivervi in maniera più serena di quello non conformista e molto fantasioso. Inoltre le idee divergenti possono essere spesso originali e di valore, ma possono anche essere stravaganti e sciocche, inducendo l'insegnante a sospettare che il bambino stia soltanto "facendo il furbo”. Sfortunatamente (o fortunatamente) la creatività è una cosa imprevedibile e noi non possiamo pretendere che si estrinsechi sempre in una forma adatta alle circostanze del momento. Studiando le risposte dei bambini e facendo in particolare attenzione a dove conducono effettivamente le idee che inizialmente sembrano sciocche, l'insegnante riesce in breve a riconoscere quando i bambini stanno tentando di usare la loro immagina­zione e quando stanno semplicemente tentando di sorprendere. Omettendo una simile osservazione l'insegnante corre il rischio di reprimere le idee buone assieme a quelle non proprio buone e di dare alla classe l'impressione che l'originalità semplicemente non sia benvenuta quando si manifesta.
tratto da  http://www.amso.it/h/pensierodivergente.htm 

Supporto teorico pratico per la preparazione al concorso TFA specializzazione sostegno. TEMATICHE E COMPETENZE OGGETTO DI VERIFICA

Prendiamo un giornale e facciamone una palestra di scrittura. Perché per imparare a scrivere bene bisogna prima capire come funziona un testo efficace.
Ci sono molti libri che spiegano come bisognerebbe scrivere in teoria. Leggere, scrivere argomentare. Prove ragionate di scrittura di Luca Serianni, invece, punta tutto sulla pratica. Per riuscirci, bisogna innanzi tutto partire da un modello (come i diversi tipi di testo che troveremo in queste pagine: dall’articolo di cronaca a quello di divulgazione scientifica). Poi scomporre quel modello nelle sue componenti, analizzandolo movimento per movimento (come si fa qui nel commento linguistico che segue ogni testo). E poi esercitarsi: fare tanti esercizi pensati per sviluppare ognuna delle abilità necessarie a quel risultato. Esercizi per rafforzare il nostro vocabolario, imparando a scegliere la parola giusta per completare una frase (anche ricostruendola a partire dalla definizione di un dizionario). Esercizi per allenare la nostra capacità di collegare le frasi con i giusti nessi logici, andando a cercare l’intruso, l’elemento sbagliato che altera il senso del testo. Il tutto senza trascurare il divertimento: perché scrivere è una cosa seria, non seriosa.
Saper leggere, saper scrivere
Secondo Graziadio Isaia Ascoli lo «scrivere correttamente» è «una cosa che sa di miracolo, una cosa da perigliarvi la vita». Senza drammatizzare (l’incolumità personale è comunque fuori discussione), è difficile non convenire col grande linguista goriziano. Scrivere bene significa anche leggere bene, non solo comprendendo parole e frasi, ma cogliendo le sfumature e le implicazioni del discorso e, eventualmente, l’intento persuasivo dell’autore. In ogni caso, non è solo una questione per addetti ai lavori. Qualche tempo fa, nel «Corriere della Sera», Paolo Di Stefano – deplorando i politici, che si lasciano andare troppo corrivamente all’incontrollato improperio – osservava: «la capacità di argomentare con pensieri lucidi veicolati da frasi sintatticamente evolute è una parte essenziale del loro dovere pubblico».
Sottoscrivo e rilancio, in due direzioni. Quanto al mezzo, quel che vale per il parlato (e per il parlato proiettato sulla rete: Facebook, Twitter ecc.) vale a maggior ragione per lo scritto. Quanto ai destinatari, lo stesso auspicio andrebbe esteso a molte altre categorie professionali: dai magistrati agli insegnanti, dai medici agli economisti. E c’è da fare appello anche a un dovere privato, individuale, che può riguardare ciascuno di noi: almeno se vogliamo imparare a difendere le nostre ragioni, rendendole ben strutturate e chiare prima di tutto a noi stessi.
Si può costruire, volendo, una cornice teorica, partendo dalla norma e illustrandola con adeguate esemplificazioni: come possono essere distinti i testi in base alla loro tipologia? che differenza c’è tra coesivi e connettivi? quando va usato il punto e virgola? È un percorso che io stesso ho compiuto altrove. Ma in questo volume ho voluto ribaltare la prospettiva, ponendo in primo piano testi “ben scritti”, cioè pienamente funzionali allo scopo per il quale sono stati pensati. Per fortuna, a differenza di quel che normalmente si dice (l’italiano è allo sfascio ecc.), è abbastanza agevole trovare esempi utili: chiunque potrà contrapporre uno qualsiasi dei testi qui antologizzati ai testi “scritti male”, ben noti agli insegnanti ma non solo a loro. Pensiamo ai verbali di tante riunioni condominiali in cui il condomino verbalizzante mette insieme un po’ di linguaggio burocratico, un po’ di formule giuridiche malamente orecchiate, il tutto cucinato con una sintassi incerta e con una punteggiatura casuale: un eventuale contenzioso potrebbe far leva anche sull’oscurità e l’imprecisione del dettato. E infatti al polo opposto del nostro condomino, si collocano i grandi giuristi, che maneggiano la lingua con straordinaria perizia ed efficacia.
A differenza di molti miei colleghi (si veda da ultimo Massimo Arcangeli, in un volume del 2012), sono convinto che i giornali siano mediamente scritti bene; e ottimamente nelle parti costitutive, come l’editoriale e i commenti degli opinionisti. Diversi dei quali, oltretutto, sono professori a cui l’abitudine alla scrittura per un pubblico generalista ha tolto quell’accademismo che Indro Montanelli rimproverava, non a torto, agli storici di professione, giudicando le loro opere illeggibili. Scrivere bene un articolo o un saggio significa fare emergere una tesi di fondo, intorno alla quale sono selezionati gli argomenti pertinenti; dominare perfettamente sintassi e testualità; usare un lessico puntuale e spesso non banale. La punteggiatura è funzionale e non rinuncia affatto a segni che vengono dati troppo facilmente come fuori corso (il punto e virgola ritorna, limitandosi ai giornali, nei testi nni 2, 5, 6, 7; e potremmo aggiungere anche 17.1.1 e 17.2).
Michele Loporcaro, in un brillante pamphlet del 2005, ha denunciato quello che giudica lo scadente livello dei giornali italiani rispetto a quelli anglosassoni, svizzeri o tedeschi: non solo sulla base di una lingua raffazzonata, ma soprattutto per la maliziosa confusione tra notizia e racconto, funzionale a una distorsione che fa appello all’emotività del lettore sacrificando il suo diritto a ricevere una notizia nella sua referenzialità. L’analisi, oltre che civilmente appassionata, è circostanziata e impone un commento. Quanto al primo punto, lo «sciocchezzaio giornalistico», si tratta di valorizzare non indiscriminatamente qualsiasi articolo appaia in un giornale, ma solo quelli – comunque numerosi – che sono linguisticamente impeccabili; quanto al rischio della manipolazione, si può osservare che proprio l’abitudine all’analisi linguistica funge da salutare contravveleno, permettendo di cogliere le intenzioni di chi scrive, e di prenderne eventualmente le distanze (come esempi di testi ideologicamente orientati si vedano i nni 2 e 5, con i relativi commenti; ma sono testi che restano, a mio parere, esempi di ottimo giornalismo).
Non occorre essere iscritti all’albo dei giornalisti per maneggiare bene la penna (o i tasti del computer). Tra i brani antologizzati ho incluso anche alcuni excerpta scritti da adolescenti (n° 17: articoli da una rivista a destinazione giovanile, e un “saggio breve” eseguito come compito in classe), per mostrare che la capacità di esprimersi con chiarezza ed efficacia può trovarsi anche in giovanissimi studenti: Spiritus ubi vult, spirat, potremmo dire adattando al nostro discorso la sentenza evangelica (Io 3, 8).
La tipologia testuale fondamentale è quella del testo argomentativo. La varietà dei materiali proposti fa sì che non sia applicabile a tutti una definizione, diciamo così, “stretta” come quella di Marco Santambrogio (che definisce come elemento costitutivo di un saggio «un complesso di affermazioni vere, interessanti e giustificatemediante prove»: corsivo mio) e che risulti più pertinente ai nostri fini quella di Rossi e Ruggiano: «i testi argomentativi sono usati per convincere (senza comandare) ad accettare ed eventualmente fare propria un’opinione o una posizione». Non si può dire che gli articoli di Cicala e Serra (nni 2 e 6) si fondino su «prove»; ma non c’è dubbio che esprimano idee molto precise e che ricorrano a procedure logiche, oltre che narrativamente efficaci, per far sì che il lettore condivida i rispettivi punti di vista. Del resto, partizioni del genere servono solo come inquadramento di massima e comportano un certo grado di elasticità: «i testi reali – cito ancora Rossi e Ruggiano – contengono aspetti propri di più categorie, delineandosi come testi misti».
L’intento di questo libro è insieme umile e ambizioso: illustrare, commentando un certo numero di brani contemporanei, come funziona un testo ben costruito; che cosa se ne può ricavare attraverso una lettura attenta a cogliere il rapporto tra contenuti, espliciti o impliciti, ed espressione linguistica; quali esercizi e operazioni di smontaggio possono servire, entrando nel laboratorio di uno scrivente esperto, perché chi esperto non è migliori la sua abilità di scrittura. Il volume è stato pensato in particolare per studenti della secondaria superiore – o meglio per i loro insegnanti, ai quali vorrebbe fornire suggerimenti operativi – ma anche per gli studenti universitari impegnati nella pratica della scrittura e per tutti gli adulti che sentono il bisogno di migliorare la propria capacità di interpretare e produrre testi scritti.
Sono due gli aspetti sui quali ritengo si debba insistere: 1. la costruzione di un’argomentazione corretta ed efficace attraverso la selezione dei dati da presentare, l’uso di strumenti linguistici pertinenti (connettivi, interpunzione) ed eventualmente, soprattutto se ci si rivolge a un pubblico largo come avviene scrivendo in un giornale, di risorse retoriche (come cominciare e come concludere); 2. l’arricchimento del lessico astratto, a partire da quello che si riferisce alla vita associata (non si possono confonderelegislatura e legislazione), sviluppando la capacità di cogliere le implicazioni ironiche che possono annidarsi nell’uso di un sinonimo meno comune (se qualcuno si complimenta per una mia lezione, mi fa piacere; se celebra la mia dissertazione, mi insospettisco). Ma non ci sono solo le parole singole. È importante saper padroneggiare le solidarietà lessicali e le restrizioni semantiche: una questione può essere controversa, se ammette più vie d’uscita o è di ardua soluzione, mentre una domanda sarà difficile,impegnativa o al più ambigua, più che controversa; un individuo o una classe sociale possono essere ricchi abbienti, ma una nazione sarà solo ricca, perché abbiente si dice solo di persone, presenta cioè il tratto semantico [+ umano].

Testi ben scritti

Scrittura tendenzialmente argomentativa, si diceva. Ma la serie dei brani prescelti si chiude con tre articoli di cronaca nera, testi “narrativi” (o, se si vuole, “espositivi”) di contenuto e di struttura fortemente prevedibile, che in questo caso non vogliono rappresentare modelli di scrittura: sono stati scelti soprattutto per fornire agli studenti una palestra per esercizi più elementari (n° 18). In ogni caso, la scrittura di cui ci occuperemo non è quella creativa: tra le varie aree rappresentate nell’antologia mancano proprio la letteratura e la critica letteraria. Mancano per due motivi.
Il primo è legato al carattere tipicamente plurivoco del testo letterario, che dice sempre di più della sua lettera e dice cose diverse ai vari lettori, smentendo un requisito essenziale del testo non creativo: la coerenza testuale. Ciò appare con particolare evidenza nella poesia contemporanea, specie in chi – esemplifico con Umberto Fiori – ricorre a una «lingua comune, tutta prosastica e immune da qualsiasi artificio proprio del poetico» (Andrea Afribo), nella quale la specificità formale del codice espressivo si affida in primo luogo alla violazione dell’orizzonte di attesa del lettore. Un componimento del 1998, Futuro, si apre così: «Com’era lontano il giorno / in cui cose e persone finalmente / sarebbero state vere, / lì, dov’erano vere ogni mattina»: un «binario di paradossali contraddizioni» – osserva ancora Afribo – in cui il lontano è anche vicino («lì») e il condizionale («sarebbero state») coincide col modo della realtà («erano»). Il secondo motivo è legato all’esigenza di preservare la specificità del testo letterario e anche il piacere di leggerlo, senza farlo oggetto di esercizi che ne svilirebbero il significato e lo ridurrebbero a pretesto per esercizi di lingua. Un testo poetico contemporaneo recalcitra persino alla parafrasi, una pratica auspicabile invece per la letteratura italiana classica, e indispensabile per prendere coscienza del significato di base dei versi.
I testi letterari o gravitanti sulla letteratura si prestano poco anche a fornire materiali agli strumenti di valutazione oggi più in voga (e ben rappresentati anche in questo volume): i test a risposta chiusa. In una sfortunata batteria di prove preliminari allestite per i concorrenti del TFA (“Tirocinio Formativo Attivo”: futuri insegnanti) nel 2011 e somministrate ai candidati nel luglio del 2012, molte domande erano formulate in modo errato o discutibile e nell’agosto successivo sono state annullate, cioè considerate corrette per tutti, qualunque fosse stata la risposta. Non sarà un caso che nella classe 50 (Materie letterarie nella secondaria superiore di secondo grado) su 11 domande annullate, ben 5 vertessero sul commento a brani di critica letteraria. Una domanda, la n° 53, proponeva un brano di Giorgio Bàrberi Squarotti sulla poetica pascoliana: oltre alla risposta data come corretta («In Pascoli non c’è una logica che spieghi la scelta di privilegiare certi particolari di una situazione»), dall’elegante e sfaccettata prosa del critico potevano risultare plausibili anche altre due risposte: «P. è un visionario» (pericolosamente contigua alla formulazione accettabile, che sarebbe stata: «P. sembra un visionario») e soprattutto: «La realtà è frutto della fantasia del poeta» (anche qui si lambisce, pur senza coglierne appieno la sostanza, l’effettiva affermazione del critico: «L’ottica pascoliana non ha un centro oggettivo e razionalmente chiaro e coerente su cui fare presa, bensì opera come se non esistesse nulla di definito, di incorniciato, di determinato nel quadro, anzi come se il quadro, come complesso ordinato di oggetti, non esistesse neppure, ed esistesse soltanto la decisione, perfettamente arbitraria e immotivata, di dichiarare l’esistenza di una serie di oggetti, l’uno autonomo rispetto all’altro, e, per questo, enormemente ingrandito fino a occupare l’intero orizzonte della descrizione»).
Niente letteratura, dunque. Il criterio di scelta è stato quello di privilegiare temi che, per quanto talvolta incardinati sulla cronaca – fine di Gheddafi, viaggio di Benedetto XVI a Cuba, elezioni presidenziali in Brasile, crisi dell’ex Jugoslavia – permettessero riflessioni generali di geopolitica (nni 1, 4, 5, 11); toccassero temi di interesse generale, che hanno spesso ricadute a scuola, se non altro come “tracce” di elaborati scritti (il doping nello sport e l’atteggiamento verso il colpevole: n° 6; la biografia poetica di un celebre cantautore: n° 8; la questione meridionale dopo l’Unità: n° 10; la perdita della memoria storica nell’Italia di oggi: n° 12; l’invecchiamento demografico della società italiana: n° 13; un episodio di storia economica e l’insegnamento che se ne può trarre: n° 14); inserissero nell’orizzonte umanistico temi scientifici (fisiologia e psicologia: n° 15; medicina: n° 16) o filosofico-scientifici (la fallibilità della scienza: n° 9). Quanto alle fonti, ho attinto ai grandi quotidiani nazionali e ai loro supplementi (in sette casi); alla saggistica rivolta a un pubblico largo, anche se culturalmente avvertito (in altrettanti, uno dei quali, il n° 14, pubblicato a puntate su «Sette - Corriere della Sera», ma di chiara estrazione accademica); alla divulgazione scientifica (due). Ma non ho rinunciato a rappresentare la scrittura giornalistica nella sua veste più brillante: l’amara ironia di una denuncia sul degrado di Pompei (n° 2), una dotta causerie in difesa delle buone maniere (n° 7), fino alla riflessione personale sull’importanza affettiva del cane (n° 3).
La prova principe per l’italiano scritto è, non da oggi, il tema. Una pratica che ha attirato su di sé una lunga e motivata serie di critiche, da De Amicis a Lombardo Radice ad Augusto Monti. Con la riforma dell’esame di maturità (ribattezzato “esame di Stato”) del 1997, si sono introdotte altre prove: l’«analisi del testo», il «saggio breve», l’«articolo di giornale»; ma non si può dire che, a distanza di qualche anno, il bilancio sia positivo.
L’analisi di un testo letterario, che nel corso degli anni è andata sempre più appiattendosi sul Novecento, è sì la prova che, in paragone con le altre, viene svolta meglio; ma è sistematicamente scelta da una quota minoritaria di studenti, per giunta concentrati in due sottouniversi privilegiati quanto a profitto, secondo tutti gli indicatori: i liceali (68,3% del totale degli studenti che hanno scelto questa prova nell’anno 2008-2009) e le ragazze (63,7%).
Quanto al «saggio breve», sono molte le cose da ripensare. La quantità delle fonti di cui tener conto è sovente sproporzionata rispetto alle capacità di uno studente medio (e alla sua, prevedibile, ansia di cominciare sùbito la stesura del compito, senza impiegare troppo tempo a ragionare sulle consegne): la prova assegnata nel 2007 prevedeva ben dieci brani da leggere, meditare e utilizzare, oltre a un quadro di Chagall; la scelta dei passi sui quali riflettere è spesso dispersiva ed eterogenea e parrebbe riflettere lo sfoggio di competenze degli esperti ministeriali che hanno stilato le prove piuttosto che adeguarsi all’orizzonte culturale dei destinatari; l’abilità che rischia di essere testata, anche nei casi migliori, è la vecchia retorica: date più citazioni, il candidato è tenuto a costruire una linea di discorso che riesca a unificarle, comprovandone e condividendone inevitabilmente gli assunti, senza nessuno spazio effettivo per apporti personali. Va detto, a onor del vero, che l’intento del legislatore non era quello di immaginare una consegna che inserisse in un discorso coerente necessariamente tutti gli spunti dei brani proposti: se ne potevano (se ne sarebbero dovuti) cogliere solo alcuni, integrandoli magari con letture proprie.
Non parliamo dell’«articolo di giornale»: un invito all’improvvisazione – ossia a quanto di più diseducativo ci possa essere –, dal momento che giornalisti non si nasce, ma si diventa, dopo un apprendistato abbastanza impegnativo, per il quale la scuola non ha finora mostrato interesse. La buona rappresentanza di articoli di giornale in questo volume intende, comunque, dare un primo contributo di attenzione a questa tipologia testuale, che potrebbe effettivamente avere positive ricadute scolastiche.
Per l’esame di Stato mi piacerebbe immaginare, invece, più prove simultanee, come avviene per il compito di matematica del liceo scientifico: un tema su un argomento sufficientemente delimitato e vincolato a una lunghezza non eccessiva – per esempio: non più di una-due colonne di foglio protocollo – e volto ad accertare la capacità di mettere insieme un testo coeso e coerente (senza pretendere che sia anche originale!), dimostrando di aver assimilato uno degli argomenti centrali studiati nell’ultimo anno; il riassunto di un testo argomentativo vincolato il più possibile a una estensione data; la verifica della comprensione di un testo saggistico su argomenti estranei allo studio effettivamente svolto (molto adatti gli editoriali di un quotidiano, per esempio), attraverso domande mirate.

Applicazioni

Indipendentemente dalle prove dell’esame di Stato, ritengo che la costruzione della capacità di scrittura debba procedere per gradi: «L’intreccio delle parole, come quello dei pensieri, non si improvvisa, ma è frutto di educazione, soprattutto scolastica» (Daniela Notarbartolo). Nell’insegnamento della lingua madre, e nell’insegnamento in genere, l’iniziativa e la creatività del singolo docente sono irrinunciabili; ma ci si può ispirare utilmente a procedure ampiamente verificate nella glottodidattica, specie per l’insegnamento di una lingua seconda.
Una delle prove più praticate nelle Applicazioni suggerite in questo manuale è il cosiddetto cloze, consistente nella «ricostruzione di un brano tramite il reinserimento di alcune parole precedentemente cancellate secondo vari criteri» (Stefania Nuccorini). La pratica del cloze nasce ad opera di psicologi della Gestalt ed è stata applicata alla lingua dallo statunitense Wilson C. Taylor (1953), con l’intento di misurare la leggibilità dei testi. Successivamente il cloze è stato introdotto nella didattica di una lingua straniera e della stessa lingua madre. In Italia è stato pionieristico l’impegno di Carla Marello, che ne ha verificato l’uso specie nella scuola elementare, mostrandone le più generali implicazioni didattiche. «La somministrazione del cloze – scrive la linguista torinese – può diventare un’occasione per fare lezione di grammatica e di lessico qualora l’insegnante faccia discutere in classe le lacune più interessanti, quelle che hanno ricevuto integrazioni molto diverse e che pochi hanno saputo riempire [...]. Gli studenti dovranno produrre testi orali argomentativi, basati su operazioni che richiedono capacità inferenziali, abilità astrattiva e padronanza del metalinguaggio grammaticale».
cloze più elementari possono vertere, per esempio, sulla morfologia di base (articoli, preposizioni): in una frase come «Dopo ?1’infanzia segnata da lutti, Silone pubblicò nel 1933 Fontamara, ?2 suo primo romanzo» non è difficile ricostruire che gli articoli devono essere indeterminativo in ?1 e determinativo in ?2. Elementari, sì, ma non proprio banali: un’infanzia è richiesto dalla presenza del determinante segnata da lutti; avremmo potuto dire anche l’infanzia, ma in quel caso il determinante, a mo’ di inciso, avrebbe dovuto essere incluso tra due virgole: «dopo l’infanzia, segnata da lutti, Silone ecc.» (e ci sarebbe anche un’altra controindicazione, questa volta semantico-pragmatica: nel 1933 Silone aveva trentatré anni e l’inciso dopo l’infanzia è un’espressione che ci farebbe pensare a chi abbia appena superato questa fase della vita, non a un adulto). Nessun margine di dubbio, invece, nel secondo caso: primocontraddistingue un individuo determinato, e c’è un solo possibile primo romanzo.
A un livello superiore possono entrare in gioco i tipici connettivi argomentativi, propri di un testo appena complesso. Ecco un esempio letterario (da Giovanni Verga): «L’estate poi non c’era neppur bisogno della candela, ? si poteva star sull’uscio, sotto il lampione»: per completare il testo si può scegliere tra a. quando; b. finché; c. giacché; d. mentre; e. però. La seconda proposizione – evidentemente una subordinata, dal momento che le opzioni non prevedono un pur possibile e – motiva l’affermazione precedente: l’illuminazione pubblica consentiva di rinunciare alla candela; serve dunque un connettivo causale (qui giacché) e cadono gli altri quattro, che introducono un rapporto temporale incongruo (a., b., d.), così come l’avversativo però (e.).
cloze più avanzati che verranno proposti in questo libro, e che presuppongono un certo grado di maturità espressiva e anche cognitiva, sono quelli che saggiano il dominio del lessico intellettuale e quindi fanno leva su un sapere linguistico, ma spesso anche culturale. Ecco un possibile esempio, tratto come i due successivi, da una lezione lincea di uno dei massimi giuristi italiani, Natalino Irti (si parla di Alfredo Rocco in quanto teorico del fascismo): «Il Rocco [...] opponeva alla concezione liberale dello Stato, bollata per ? e atomistica, una dottrina unitaria e organica, che innalza lo Stato, e i fini dello Stato, al di sopra della vita dei singoli individui». Per completare il testo si deve scegliere tra a. collettivistica; b. idea­listica; c. individualistica; d. isolazionistica. Il contesto ci guida verso la risposta giusta, c., guardando al secondo termine della coppia che funge da supporto sinonimico (atomistica) e ai termini contrapposti (unitaria e organica). Ma l’efficacia di un test dipende dalla qualità dei distrattori, cioè delle risposte errate. I distrattori non devono essere del tutto implausibili e devono giocare sulla semantica (magari proponendo un antonimo, come in questo caso: collettivistica; è noto che una parola richiama una parola di significato vicino o opposto: “bello” fa scattare nella nostra mente l’associazione con “carino” o con “brutto”, non con “stanco” o “laterale”), e/o sulla parafonia, introducendo parole simili, specie perché formate con lo stesso suffisso, come in questo caso. I distrattori b. e d. implicano un grado di malizia in più. Un liceale medio arrivato all’ultimo anno di corso (solo a loro è evidentemente rivolto un test su temi come questi) sa che Croce è il massimo esponente italiano dell’idealismo e che fu ostile al fascismo: di qui la tentazione diidealistica, un termine non pertinente, ma comunque legato a quel contesto storico-culturale. Quanto a isolazionistica, il distrattore (più insidioso degli altri) fa leva sul fatto che l’individuo, fulcro del pensiero liberale, può essere percepito come “isolato” dagli altri.
Un altro esercizio che ritengo utile è “la ricerca dell’intruso” (per usare una terminologia da gioco enigmistico). Manipolando il testo di partenza si sostituisce una parola (anche un avverbio polare come più / menoprima / dopo) con un’altra di significato opposto o che comunque dà alla frase un senso non accettabile. Lo studente 
deve capire perché il testo non funziona (obiettivo fondamentale) e sostituire la parola responsabile della contraddizione. Per esempio: «Siamo negli anni in cui il fascismo si consolida in regime autoritario, dà nuova fisionomia alle istituzioni, rafforza le libertà statutarie, e raccoglie, o prova a raccogliere, la varietà di spunti ideologici o letterarî in organica dottrina». Che cosa c’è che non va? La sequenza rafforza le libertà statutariecontraddice, prima ancora che la realtà, il contesto linguistico: se il fascismo diventa un regime autoritario e cambia le istituzioni preesistenti, come può rafforzare le libertà sancite dallo Statuto albertino? In effetti Irti aveva scritto «abolisce»: ma non serve che lo studente risalga esattamente al verbo originale (sarebbero stati accettabili annulla,reprimesovverte e anche indebolisce); l’importante è che individui il punto in cui la coerenza testuale non tiene.
Infine, ecco un esercizio che valorizza la confidenza col dizionario, o meglio col suo stile lessicografico. Si tratta di partire da una definizione e individuare la parola pertinente (anche qui non sarà sempre possibile fare centro, ma avvicinarsi al bersaglio è un obiettivo realistico): «Rifiutate le teorie giusnaturalistiche di diritti ?, o diritti dell’uomo in quanto uomo, la sovranità statale si presenta originaria e incondizionata». Definizione dello Zingarelli 2011 per l’elemento omesso, qui rappresentato dal simbolo ? (sostituisco il singolare col plurale per adattarlo al contesto): ‘che si hanno per natura e non vengono acquisiti con l’educazione o con l’esperienza’. Risposta: innati(accettabile anche naturaliconnaturati e insiti potrebbero funzionare come semantica, ma presuppongono una reggenza: connaturati a..., insiti in..., non un uso assoluto). Se si ritiene la risposta troppo difficile, ma non si vuole rinunciare a familiarizzare lo studente con un concetto comunque molto importante come questo, si può ricorrere a “facilitazioni”, proprio come nelle parole incrociate: per esempio, «di sei lettere».
Il richiamo all’enigmistica non è casuale, ma risponde a una precisa strategia didattica. Del resto, l’utilità del gioco è ben nota ai matematici del passato e del presente, da Leibniz e Peano a Federico Peiretti. Venendo alla linguistica, si deve ricordare il linguista italo-canadese Anthony Mollica, che ha impostato su questo principio il proprio sistema didattico per l’insegnamento dell’italiano lingua seconda, scrivendo un manuale di Ludolinguistica. Spunti utili in proposito possono venire non solo da note riviste (come la celebre «Settimana enigmistica», veterana del settore), ma anche da trasmissioni televisive. In particolare in una di queste, trasmessa dalla RAI in varie edizioni dal 2007, Reazione a catena, i giochi proposti sono squisitamente linguistici: si tratti di reintegrare le lettere mancanti in una parola (un classico cloze); di indovinare una parola attraverso la definizione che scaturisce dalle battute di due compagni che devono evitare di pronunciare quella parola o suoi corradicali (è il gioco di società noto come Taboo; «Cosa non è largo?» «Stretto»: ricerca dell’antonimo, diremmo noi in questo caso); o infine, nel gioco che dà nome al programma, di ricostruire la parola mancante in una catena puntando su meccanismi vari. Così tra segno e attimo, la parola cominciante per c sarà cogliere, legata a due collocazioni tipiche (cogliere nel segno ecogliere l’attimo); tra attimo gloria, la parola cominciante per m sarà momento, sinonimo della prima e legata a una collocazione tipica con la seconda («è il suo momento di gloria») e via dicendo.
I giornali propongono vari tipi di sudoku: “facile”, “medio”, “diabolico”. Anche gli esercizi suggeriti in questo libro sono differenziati (senza scomodare il demonio). Ma la griglia non può essere rigida: ogni studente ha la sua storia culturale e scolastica; e ogni classe è diversa dalle altre: sarà l’insegnante a scegliere il testo di volta in volta più adatto, o magari a ritagliare da un giornale un articolo che si presti alla lettura critica degli alunni, prendendo spunto da quelli qui proposti per inventarsi qualche esercizio più o meno ludico.
Lo studio è una cosa seria, non necessariamente seriosa. E se, come diceva Deng Xiaoping, non importa di che colore sia il gatto purché catturi i topi, l’accrescimento della padronanza linguistica può ben passare anche attraverso il gioco.
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