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martedì 22 ottobre 2019

CTU versus CTP

Alcune riflessioni.
CTU è un acronimo che sta per Consulente Tecnico d’Ufficio e si riferisce a quella figura di perito che lavora al fianco del Giudice e presta la sua opera di consulenza sulla base di quando definito dall’art.61 del Codice di Procedura Civile. Il CTU riceve l’incarico dal Giudice, dopo aver elaborato dei quesiti utili a chiarire le posizioni delle parti, li sottopone al CTU che ha il compito di rispondere a tali quesiti in maniera precisa e dettagliata attraverso un elaborato definito Consulenza Tecnica d’Ufficio.
CTP sta per Consulente Tecnico di Parte. Esso è un esperto nominato dalle parti in causa e non dal giudice. Si tratta di un libero professionista, esperto di determinate materie, in genere tecnico-scientifiche, a cui le parti di un processo si rivolgono per chiarire le dinamiche o per fare perizie. Il suo lavoro affianca quello del perito o CTU a cui può opporre osservazioni, critiche e valutazioni personali.
La figura del Consulente Tecnico di Parte è disciplinata dall’art. 201 del codice di procedura civile: “Il giudice istruttore, con l’ordinanza di nomina del consulente, assegna alle parti un termine entro il quale possono nominare, con dichiarazione ricevuta dal cancelliere, un loro consulente tecnico.
Il consulente della parte, oltre ad assistere a norma dell’articolo 194 alle operazioni del consulente del giudice, partecipa all’udienza e alla camera di consiglio ogni volta che vi interviene il consulente del giudice, per chiarire e svolgere, con l’autorizzazione del presidente, le sue osservazioni sui risultati delle indagini tecniche”.
Per chiarire meglio analogie e differenze le propongo uno schema riassuntivo:
CTUCTP
E’ un Pubblico Ufficiale.Non è un Pubblico Ufficiale.
Ha un ruolo di garanzia.Ha un incarico di tipo contrattuale.
Presta giuramento di verità e di svolgere l’incarico bene e fedelmente.Non presta alcun tipo di giuramento.
Il suo compenso è determinato da tariffe.Il suo compenso è pattuito con il suo cliente in modo libero.
Ha accesso a documenti conservati in Pubblici Uffici, in forza del suo mandato.Non può avere accesso a documenti conservati in Pubblici Uffici solo in forza del suo mandato.
Deve dire sempre il vero e non può mai dire il falso.Non può mai dire il falso, ma potrebbe tacere il vero: non è obbligato a dire cose che potrebbero danneggiare il proprio cliente.
E’ pagato dalla parte (o dalle parti) che il Giudice indica nel Decreto di Liquidazione: per il suo pagamento vige, in ogni caso, il principio dell’obbligazione in solido tra le parti.E’ pagato dal suo cliente ma, all’esito della causa, il Giudice potrebbe disporre il suo pagamento a carico della parte che soccombe.
Appartiene al registro dei CTU del Tribunale.Non è necessario che appartenga ad alcun registro.
Non può dare pareri.Può dare pareri.
Persegue la Verità.Tutela il suo cliente, perseguendo la Verità.
Può essere nominato solo nei tempi e nei modi descritti dal Codice di Procedura Civile.Può essere nominato in qualunque momento.

A questo punto le sarà chiaro, almeno in linea teorica, l’accesso alle due posizioni:
CTU, lo nomina il giudice – CTP, l’incarico è assegnato tramite contratto di prestazione d’opera con lo studio legale di una delle parti in causa.
Quindi, mentre nel secondo caso dovrà prendere contatto direttamente con uno studio legale presentando la sua proposta di collaborazione, nel primo caso dovrà collegarsi al sito web del suo tribunale di residenza.
Li dovrà rintracciare la sezione Iscrizione al RegIndE per i CTU, o simile, e scaricare la documentazione richiesta.
Come saprà i pedagogisti non hanno un Albo professionale di afferenza e sono regolamentati alla Legge n.4/2013 che ha riformato le professioni non organizzate in ordini o collegi. Pertanto non le verrà richiesta l’iscrizione all’albo, bensì l’iscrizione ad una associazione di categoria e, in alcuni casi, una specifica formazione post-laurea in ambito psicologico Giuridico-Forense e un minimo di 2 anni di esperienza.
Personalmente a ciò mi sento di aggiungere un tirocinio a carattere teorico/pratico in affiancamento ad un CTU e/o CTP. Il ruolo che andrà a ricoprire è estremamente delicato e dalle sue osservazioni il giudice partirà per modificare il corso di vita un minore, una Persona, un nucleo familiare.

La finanza comportamentale in 5 punti

Fonte www.pictetperte.it
Un misto di economia, finanza e psicologia. I primi accenni si sono visti già verso la fine del ‘700 con Adam Smith, ma è soprattutto negli ultimi decenni che si sono susseguite le pubblicazioni e gli studi sulla finanza comportamentale. Il suo obiettivo, come si può dedurre già dal nome, è comprendere i comportamenti dei mercati finanziari in relazione agli schemi di comportamento della società e del singolo individuo. In particolare, parte dalla tesi che le persone non sono completamente razionali e i mercati del tutto efficienti. Scopriamola meglio in 5 punti.
Le emozioni. 
Paura, insicurezza, avidità, orgoglio, rammarico. Sono alcune delle emozioni che possono incidere sulle decisioni degli investitori. Soprattutto nelle fasi più concitate delle contrattazioni possono portare a scelte irrazionali e il ricordo di scelte sbagliate npuò influenzare anche le strategie future."
Come le decisioni vengono influenzate
Come detto, a volte le decisioni possono essere prese in base a evidenze empiriche che non hanno una costruzione razionale ma sono influenzate dalle esperienze passate. Questo errore di tipo induttivo può portare a posizionarsi male sul mercato e perdere molti soldi e viene ricondotto a una delle materie principali della finanza comportamentale, l’euristica. Altra tematica molto studiata e discussa riguarda l’inquadramento: le scelte di investimento possono essere influenzate dalla maniera in cui sono state presentate alla persona che deve dare l’ok definitivo. Altro esempio è invece l’effetto-gregge: se la maggior parte degli operatori prendono una decisione mi sento più giustificato a prenderla anche io.
Errori cognitivi Altra branca indagata dalla Finanza comportamentale come l'emotività influisce sugli investimenti è quella che riguarda gli errori cognitivi. A differenza di quanto avviene con le emozioni, in questo caso la mente ragiona in modo razionale, ma può incappare in errori come l’eccessiva sicurezza o l’eccessivo ottimismo, come l’illusione di avere il controllo su fenomeni che in realtà sono incontrollabili oppure la convinzione di voler mantenere lo status quo semplicemente perché in realtà non si è in grado di affrontare un cambiamento strategico.
Inefficienze di mercato 
Può capitare che i mercati si muovano in modo irrazionale e soprattutto in modo inefficiente. Le motivazioni possono essere molte: dalle errate valutazioni dei prezzi alle anomalie sui ritorni degli investimenti, fino alla scoperta di processi decisionali non del tutto razionali. Tutte queste inefficienze in genere sono dettate da irregolarità del comportamento degli attori chiamati in causa, ma a livello di comunità e non di singolo, perché le decisioni individuali non possono avere un’influenza così ampia.
Perdite VS Guadagni 
L’avversione alle perdite è una tematica più volte analizzata dagli studiosi di finanza comportamentale. Secondo una teoria accettata da più parti, questa avversione è così forte che una perdita pesa 2,5 volte più di un guadagno della stessa entità. Inoltre, se l’investitore ha già sperimentato una perdita, può farsi prendere dalla tentazione di rischiare per tornare velocemente in pari, un po’ come succede con i giocatori d’azzardo. Un atteggiamento che in genere non fa che peggiorare le perdite.

Come detto, a volte le decisioni possono essere prese in merito al posizionarsi male sul mercato e perdere molti soldi e della finanza comportamentale, l’euristica. Altra tematica molto studiata e discussa riguarda l’inquadramento: le scelte di investimento possono essere influenzate dalla maniera in cui sono state presentate alla persona che deve dare l’ok definitivo. Altro esempio è invece l’effetto-gregge: se la maggior parte degli operatori prendono una decisione mi sento più giustificato a prenderla anche io.
Fonte www.pictetperte.it
Pictet per Te è un progetto editoriale nato nel 2015 dalla divisione italiana di Pictet Asset Management, uno dei maggiori gestori indipendenti in Europa, per promuovere la cultura finanziaria, condividere dati e punti di vista sulle tematiche economiche e finanziare di maggiore interesse per gli investitori privati e supportare la conoscenza del mondo della finanza per scelte consapevoli di investimento.

Pedagogia-CHI E COSA FA IL PEDAGOGISTA

Pedagogia e Professione
IL PEDAGOGISTA
di Giuseppina D'Auria
e-mail gdauria@hotmail.com

Lo studioso e lo specialista di processi educativi e formativi (ricerca e applicazione) è definito pedagogista. Il pedagogista è un professionista laureato in Scienze dell'Educazione dotato di una formazione multidisciplinare, che solitamente comprende la pedagogia stessa, la psicologia, l’antropologia, la sociologia, la filosofia e la storia. Il pedagogista si può occupare della gestione di attività di orientamento scolastico e professionale, di direzione, supervisione, progettazione, coordinamento, attuazione di progetti per la formazione professionale, l’aggiornamento, la qualificazione, la riqualificazione e la selezione del personale nell’ambito di enti, istituzioni, imprese pubbliche e private, e le attività di sperimentazione, di ricerca, di didattica, di formazione e di verifica.

Esercita la sua azione in agenzie educative, in strutture pubbliche e private che si occupano, dall’infanzia all’età adulta, di persone con profondi bisogni specifici. In particolare è in grado di assumere ruoli qualificati nell’ambito della consulenza, supervisione, formazione, direzione, coordinamento, progettazione, docenza, nelle seguenti aree:
  • area socio-educativa e socio-assistenziale: centri socio-educativi, centri occupazionali diurni, centri di accoglienza per disabili, asili nido, cooperative di lavoro deputate all’accoglienza delle persone con disabilità, oratori, ludoteche, centri di aggregazione giovanile, consultori, centri per le famiglie, servizi di sostegno alle famiglie, servizi di mediazione familiare, comunità residenziali per disabili, comunità residenziali per minori, servizi per minori stranieri, servizi di operatori di strada, clownterapia, servizi socio-culturali, informa giovani, servizi socio-educativi degli enti locali, servizi per la tutela dei diritti dell’infanzia, cooperative sociali; centri di recupero per tossicodipendenti; servizi educativi in carcere (se si supera un concorso); telefoni rosa e azzurri e centri per la violenza su donne e su minori servizi per l’inserimento lavorativo mirato per soggetti disabili o problematici; per le mansioni riferite alla consulenza pedagogica e alla progettazione.
  • area scolastica: servizi di consulenza pedagogica nei CIC nelle scuole comunali e provinciali, coordinamento pedagogico speciale nelle Scuole dell’infanzia, progetti di intervento speciale per soggetti disabili, progetti di prevenzione del disagio sociale, della dispersione scolastica, del bullismo, servizi per l’orientamento, servizi di dopo-scuola e attività educative extrascolastiche, centri di formazione professionale.
  •  area giuridica: affido, adozione, situazioni di abuso e maltrattamento di minori, criminalità minorile, nuove dipendenze.(nei tribunali ordinari come CTU e CTP e tribunali minorili e di sorveglianza come giudice onorario non togato anche se possono farlo tutti).
  • area privata: il pedagogista può trovare collocazione, in qualità di dipendente o libero professionista aprirsi uno studio privato o studio associato con colleghi: pedagogisti, avvocati, psicologi, filosofi, sociologi, medici, assistenti sociali specializzati, antropologi. Il pedagogista può, inoltre, operare in qualità di libero professionista in tutti i settori previsti dal ruolo. L’esercizio della professione comprende l’uso di strumenti conoscitivi, metodologici e di intervento per la prevenzione, la valutazione e il trattamento dei disagi manifestati dalle persone nei processi di apprendimento e/o formazione-educazione. (modificato da http://it.wikipedia.org/wiki/Pedagogia#Il_pedagogista
SERVIZI & INTERVENTI IN STUDIO
Consulenza educativa individuale
L’attività di consulenza educativa individuale è rivolta sia ad adulti sia a minori che si trovano a dover affrontare una condizione di disagio e di crisi che incide in maniera più o meno marcata sul benessere e sulla qualità della vita.
La consulenza educativa individuale si configura come un percorso breve, indirizzato ad affrontare problematiche specifiche ricercando per mezzo del colloquio educativo professionale possibili strategie per arginare e affrontare il problema e per sviluppare possibili soluzioni.

Consulenza educativa per la coppia
In alcuni casi il mondo della relazione di coppia si configura come il teatro di un malessere che, se non adeguatamente riconosciuto e affrontato, può produrre una profonda condizione di disagio emotivo individuale.
Problematiche nella comunicazione, disagi nella routine e nella quotidianità di vita, eventi improvvisi e traumatici, ma anche una diversa visione del futuro possono produrre all’interno di una coppia di grandi problematiche.
La consulenza educativa per la coppia si configura come uno spazio dove riattivare la relazione dialogica ricercando possibili soluzioni e spazi comunicativi all’interno della coppia per mezzo di un ascolto assertivo ed empatico.
La consulenza educativa per la coppia ricerca il miglioramento della qualità di vita relazionale attivando percorsi di cambiamento e supportando la capacità di adattamento delle persone al contesto di vita riequilibrando le dinamiche di coppia e lavorando per la gestione dello stato di malessere in funzione del suo superamento.

Consulenza genitoriale
Essere genitori è un mestiere per i quali le persone sono biologicamente programmate. Però, essere dei buoni genitori vuol dire possedere delle qualità che vanno coltivate e potenziate giornalmente.
La consulenza genitoriale svolge diverse funzioni: supportare la coppia genitoriale nel ricercare strategie e metodi educativi corretti e coerenti, supportare la genitorialità in tutti quei casi in cui il figlio può contare sulla sola presenza di un unico genitore, fornire aiuto e supporto alla genitorialità nell’affrontare le molteplici e variegate difficoltà che si possono presentare svolgendo il ruolo di genitori.
La consulenza genitoriale si rivolge anche a coloro i quali ancora genitori non lo sono ma si stanno preparando ad esserlo perché magari aspettano un bambino o perché ne stanno adottando uno.

Pedagogia del bambino e dell’adolescente
È molto comune che i bambini e gli adolescenti vivano nel corso del loro sviluppo delle crisi che possono produrre profondi disagi. Spesso queste crisi non solo sono normali ma sono anche positive in quanto da esse il bambino o l’adolescente escono più forti e più autonomi.
Però ci sono dei casi nei quali alcune difficoltà risultano essere troppo grandi e il loro superamento eccessivamente doloroso tanto da richiedere un intervento professionale.
L’intervento di aiuto educativo professionale a favore del bambino e dell’adolescente può essere necessario per fronteggiare molteplici problematiche tra cui, ad esempio:

Disturbi legati a stati di ansia;
Disturbi della condotta con comportamenti distruttivi, aggressivi e provocatori;
Disturbi dell’attenzione con o senza iperattività
Paura e fobie;
Disagi legati allo sviluppo;
Difficoltà nel riconoscimento e nell’espressione delle emozioni;
Bullismo;
Isolamento sociorelazionale, difficoltà nel costruire e mantenere nuove amicizie, isolamento sociale;
Disturbi del comportamento;
Disturbi dell’alimentazione.
In tutti questi casi l’intervento educativo professionale consente di dare modo al bambino e all’adolescente di affrontare in maniera propositiva la fonte del proprio disagio contando sul supporto di un aiuto specifico e autorevole che consenta di ricercare all’interno del soggetto stesso le risorse adeguate per superare la crisi.
L’intervento educativo professionale consente anche di ristabilire l’equilibrio all’interno della relazione tra minore e nucleo familiare la quale, spesso, proprio in presenza di un disagio e di uno stato di crisi tende a essere investita essa stessa da un profondo malessere.

Pedagogia scolastica e dell’apprendimento
La scuola è il contesto dove i ragazzi passano spesso più tempo subito dopo la famiglia. La scuola può essere il teatro di grandi soddisfazioni e di grandi possibilità di successo e di sviluppo. Ma può essere anche un luogo di profonda frustrazione e di grande malessere. Le problematiche specifiche dell’apprendimento, le relazioni con i coetanei, le relazioni con i docenti, le proprie abilità, sono tutti ambiti nei quali possono manifestarsi difficoltà tali da mandare profondamente in crisi sia il ragazzo sia la famiglia che ha alle spalle.
L’intervento educativo professionale in ambito scolastico e dell’apprendimento ha lo scopo di affrontare e risolvere le problematiche che derivano, ad esempio, da:

Disturbi specifici dell’apprendimento quali dislessia, disortografia e discalculia;
Rifiuto scolastico;
Mancanza di motivazione dovute a difficoltà di orientamento al futuro;
Carenze nel metodo di studio e nell’organizzazione didattica;
Disagi relazionali all’interno del contesto della classe;
Difficoltà relazionali con i docenti;
Difficoltà legate alle procedure nell’affrontare i compiti.
In tutti questi casi, e in molti altri specifici l’intervento educativo professionale consente di affrontare con un metodo pratico le problematiche in corso evitando al contempo i rischi di un deterioramento della condizione scolastica che potrebbero arrivare all’abbandono scolastico e al rischio dispersione.

Orientamento scolastico
La difficoltà di orientamento scolastico, cioè di dover formalmente e coerentemente scegliere dapprima a 13 anni e poi a 19, cosa dover fare nel corso dei prossimi quarant’anni lavorativi è senza dubbio un problema piuttosto importante con il quale un preadolescente e un postadolescente deve confrontarsi nel momento in cui è chiamato dapprima a decidere su quale indirizzo di studi superiore intraprendere e in seguito universitario.
L’orientamento scolastico ha lo scopo non solo di fornire informazioni circa le eventuali possibilità ma di porle anche realmente in correlazione con le aspettative e le competenze specifiche della persona. Si tratta quindi di attivare un profondo percorso di conoscenza che possa supportare il ragazzo nell’operare una scelta che andrà a investire il suo futuro prossimo e remoto.

SERVIZI & INTERVENTI IN FORMA DOMICILIARE
Legge 21 maggio 1998, n.162 "Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 104, concernenti misure di sostegno in favore di persone con handicap grave" (Pubblicata in G.U. 29 maggio 1998, n. 123).

Interventi per piani personalizzati a favore delle persone con grave disabilita’.
Alcune Regioni erogano finanziamenti ai comuni per la realizzazione di piani personalizzati che prevedano interventi socio-assistenziali a favore di bambini, giovani, adulti e anziani con disabilità grave, finalizzati allo sviluppo della piena potenzialità della persona, al sostegno alle cure familiari ed alla piena integrazione nella famiglia, nella scuola e nella società. Nello specifico la legge si rivolge a persone che presentano:

> Schizofrenia (catatonica, disorganizzata, paranoidea, indifferenziata, residua), ad andamento cronico;
> Disturbo delirante paranoide ad andamento cronico;
> Disturbo schizoaffettivo, ad andamento cronico;
> Disturbo depressivo maggiore ad andamento cronico;
> Disturbo bipolare dell’umore (depressivo, misto, maniacale), ad andamento cronico.

In particolare, i piani personalizzati possono prevedere i seguenti servizi:
– servizio educativo (non previsto per gli ultrasessantacinquenni);
– attività sportive e/o di socializzazione (non previste per gli ultrasessantacinquenni).
I comuni possono gestire gli interventi in forma indiretta prevedendo che sia il beneficiario o la sua famiglia a stipulare il contratto con gli operatori che erogano il servizio.

Durata e costi
La durata e la frequenza di un percorso pedagogico possono dipendere da molti fattori, che vanno discussi insieme nei primi colloqui preliminari, durante i quali vengono tenute in considerazione tutte le variabili della persona e del contesto, anche quelle pratiche.

Anche per quanto riguarda l’aspetto economico, il costo dei colloqui può subire delle variazioni in base al tipo di lavoro, alla frequenza e anche alle possibilità economiche della persona. La decisione di intraprendere un percorso pedagogico rappresenta una scelta utile ma anche impegnativa sia emotivamente, sia economicamente. 

sabato 23 marzo 2019

Relazione con il cliente, l’importanza della finanza comportamentale

La consulenza finanziaria deve sapersi discostare dai modelli tradizionali per offrire al cliente un servizio innovativo che tenga conto dei bias comportamentali tipici delle sue scelte d’investimento. Un modello che vada oltre la teoria dei mercati efficienti e che sia in grado di interpretare l’irrazionalità che sta alla base delle scelte di un essere umano. E’ qui che entra in gioco la Finanza Comportamentale, la disciplina che si dedica alla comprensione delle decisioni economiche dell’uomo, evidenziando un notevole divario tra il contesto teorico razionale e l’agire reale. 
 
Il consulente finanziario nel suo lavoro ha la necessità di sapersi relazionare con il cliente e creare con lui un buon rapporto di fiducia. Deve essere in grado di implementare strategie di gestione degli stessi ed efficaci tecniche di relazione; queste devono sapersi evolvere dai classici approcci commerciali, con la funzione di prevenire i bias comportamentali che caratterizzano le scelte del cliente. Il consulente deve saper proporre un modello di controllo del rischio che risponda a una visione asimmetrica dello stesso e al tempo stesso risulti  innovativo, fortemente personalizzabile, matematico (definendo un max drawdown a prescindere dall’andamento dei mercati) e facilmente condivisibile con il cliente stesso. E, last but not  least, sia in grado di proteggerlo a 360 gradi.
 
La psicologia del cliente si intreccia con la paura di perdere il proprio capitale investito e con la derivante propensione dello stesso a seguire strategie conosciute che si sono rivelate già vincenti in passato; ma una gestione strategica che miri a essere pienamente efficiente non può guardare solamente a ciò che è stato. Bisogna pensare anche a ciò che è e ciò che potrebbe essere.
Le strategie passate si sono sempre affidate alla Teoria dei Mercati Efficienti. Tale teoria sostiene che le variazioni di prezzo sono serialmente indipendenti prive di autocorrelazioni e identicamente distribuite nel tempo. Non si tiene però conto che gli investitori sono tutt’altro che razionali nelle loro scelte, adottano regole decisionali poco sofisticate (Euristiche) che conducono a deviazioni sistematiche (Bias).
Tutto ciò implica una sostanziale staticità sui portafogli, senza alcun intervento radicale anche nel lungo termine. Purtroppo, specialmente negli ultimi tre anni, la maggior parte di questi modelli accademici hanno fallito, soprattutto dal punto di vista comportamentale. Crediamo, in sostanza, che non siano adatti alle reali esigenze dell’essere umano. 
 
Qui entra in gioco la Finanza Comportamentale, che si dedica alla comprensione delle decisioni economiche dell’uomo, evidenziando un notevole divario tra il contesto teorico razionale e l’agire reale. La quotidianità è condizionata da emotività e aspetti cognitivi.  
La Finanza Comportamentale sostiene l’esistenza di una relazione tra psicologia umana e determinazione dei prezzi del mercato mobiliare. Anziché focalizzarsi su ciò che dovrebbe accadere sul mercato, come l’analisi fondamentale, sarebbe meglio concentrarsi su ciò che sta accadendo nel mercato.
 
La finanza comportamentale, così come l’economia comportamentale, applica la ricerca scientifica nell’ambito della psicologia cognitiva alla comprensione delle decisioni finanziarie e come queste si riflettano nei prezzi di mercato e nell’allocazione delle risorse. La finanza comportamentale si interessa della razionalità, o meglio della sua mancanza, da parte delle persone nelle loro scelte d’investimento. 
A cura di Eugenio De Vito e Luca Mercogliano, pubblicato su www.professionefinanza.com

domenica 8 luglio 2018

La valutazione nei contesti educativi

La valutazione nei contesti educativi
di Giuseppina D’Auria
    
La valutazione nei contesti educativi consiste nell’ “acquisire informazioni per conoscere”. Per conoscere meglio un fenomeno determinato (conoscenza diretta funzionale alla presa di decisioni che hanno lo scopo di migliorarlo), e, uscendo dal generico, per raccogliere informazioni su un fenomeno possiamo iniziare da quello più noto, di cui ciascuno di noi ha fatto esperienza, cioè l'apprendimento. Si possono raccogliere informazioni su una molteplicità di fenomeni il più noto dei quali è l'apprendimento. Raccogliere maggiori informazioni sull'apprendimento, per esempio un corso, un programma, una scuola, la professionalità di un docente, di conseguenza si possono sottoporre a valutazione un insieme di fenomeni che, nel nostro caso, riguardano il contesto, il mondo dell'educazione. Queste informazioni si possono raccogliere in diversi modi, utilizzando  diversi strumenti, lo scopo è sempre quello di migliorare (se si parla di apprendimento) l'apprendimento,  se si parla dell' efficacia di un programma, si tratta di migliorare l'efficacia di “quel programma”, di professionalità dei docenti, ecc.. questo è un po' il senso della valutazione. Facciamo un piccolo passo indietro: ritengo utile darvi queste informazioni perché si tratta di una sperimentazione didattica e quindi stiamo parlando di qualcosa che ha a che fare con i nostri studi e con la vostra futura professione, cioè quella di sperimentare metodologie nuove.
Possiamo dire che è molto difficile concepire una valutazione senza un obiettivo, senza una precedente esplicitazione e descrizione di uno o più obiettivi quindi, ci occuperemo di descrivere gli obiettivi, le funzioni e gli oggetti della valutazione.  Ma perché valuto anche le funzioni? Per verificare se durante un percorso stai apprendendo come io mi aspetto oppure no. La valutazione intermedia, in itinere, con funzione formativa oppure sommativa. Per raccogliere informazioni ci vogliono strumenti di valutazione e, quindi, le prove valutative, le cosiddette prove strutturate, semistrutturate, ossia di tipo osservativo. Inoltre conoscere e descrivere il concetto di feedback è la funzione formativa della valutazione. Il feedback letteralmente è retroazione; quando io sollecito l'allievo a manifestare una certa abilità, e l'allievo risponde a questa mia sollecitazione, c'è un feedback, una retroazione, io valuto quella prestazione e restituisco allo studente un'informazione. Bene, la tua prestazione è proprio quello che mi aspettavo, oppure, hai manifestato questa prestazione con questo limite, cioè do un'informazione di ritorno allo studente. Anche questo è un feedback. Nella valutazione formativa il feedback è fondamentale; è un modo per descrivere con maggiore precisione, per restituire con maggiore precisione l'osservazione sulla prestazione. Io posso misurare, che non è valutazione, misurazione non è valutazione, non significa la stessa cosa.  È parte della valutazione, posso misurare quella abilità, un apprendimento alla conoscenza. In quale misura la possiedi, al massimo livello, ad un livello medio, ad un livello minimo.. naturalmente io qui ho usato una scala semplificata, basso, medio e alto come livello di possesso della conoscenza. Ma posso arrivare a livelli un po' più articolati di misurazione, conoscere e descrivere alcuni semplici calcoli statistici sui dati valutativi, nel momento in cui io la prestazione che osservo, la misuro e quindi ottengo dei numeri;  con quei numeri ci posso fare dei calcoli semplici: media, moda, mediana, deviazione standard, eccetera. Una delle principali forme di valutazione è la valutazione oggettiva. L'aggettivo oggettiva nasce proprio con la docimologia negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, come reazione alle degenerazioni soggettive: la docimologia nasce perché in quegli anni ci si rendeva conto che superare un concorso, prendere la maturità, era un terno al lotto, si poteva capitare con Tizio con Caio con Sempronio: con Tizio si era promossi con Caio si era bocciati. Ogni valutatore applicava i propri criteri e quindi c'era un eccesso di soggettività; l'arbitrarietà del valutatore in forme diverse, più contenute, si possono osservare ancora oggi quando vuoi fare gli esami. Spesso si fanno queste considerazioni: no, Tizio è più generoso di Caio,Tizio è più analitico, pretende di più, pretende di meno.. Prevalgono i criteri della persona, del soggetto che esamina. Siccome negli anni Venti - trenta del secolo scorso c'era posto un problema sociale, cioè prendere la maturità o meno, superare un concorso nella pubblica amministrazione o meno, era diventato un fatto estremamente importante e, di conseguenza, furono avviate delle ricerche che hanno dato origine alla docimologia, che nasceva come reazione alla soggettività definendola valutazione rivista e corretta, metodo oggettivo che, nel nostro Paese, è avvenuto in ritardo  rispetto alla Francia e ai paesi anglosassoni: la valutazione oggettiva ha fatto il suo ingresso ufficiale negli anni Settanta del secolo scorso, con moltissimo ritardo storico culturale e fortissime resistenze all'introduzione di una valutazione di tipo oggettivo, seguito da un movimento di critica alla valutazione oggettiva perché, come spesso accade, ci sono stati degli eccessi. Negli anni 90, soprattutto negli Stati Uniti, il movimento della valutazione autentica, di critica agli eccessi della valutazione tradizionale, che ha fatto il suo ingresso nella scuola italiana nella seconda metà degli anni settanta (per la precisione nel 1977, con l'introduzione della scheda di valutazione alla fine del millennio, con la fondazione dell'invalsi e, quindi, la conseguente diffusione dell'uso delle prove oggettive per le rilevazioni dell'invalsi, si è cominciato a diffondere la pratica della valutazione oggettiva). Le proposte del movimento della valutazione autentica indicano come sbocco professionale la scuola primaria e la scuola dell'infanzia, investite dal sistema nazionale di valutazione delle procedure per l'autovalutazione d'istituto,  quindi c'è un Rav per il sistema scolastico. Il processo di valutazione, definito dal SNV, inizia con l'autovalutazione. Lo strumento che accompagna e documenta questo processo è il Rapporto di autovalutazione (RAV). Viene messo a disposizione un format a livello nazionale, aperto comunque alle integrazioni delle scuole per cogliere la specificità di ogni realtà senza riduzioni o semplificazioni eccessive. Il rapporto fornisce una rappresentazione della scuola attraverso un'analisi del suo funzionamento e costituisce la base per individuare le priorità di sviluppo verso cui orientare il piano di miglioramento. Tutti i RAV vengono pubblicati nell'apposita sezione del portale "Scuola in chiaro" del MIUR. Con le esercitazioni e, soprattutto con il rapporto finale, il Docente aspira a ottenere qualcosa di più delle semplici conoscenze cioè, per esempio, che i discenti non solo conoscano le diverse tipologie di prove, quali sono le regole o i criteri per costruire una prova di valutazione, ma che siano anche in grado di costruirle:  conoscere e costruire, conoscere e produrre, sono verbi che fanno riferimento a due livelli di apprendimento. Perché un conto è sapere e un conto è saper fare. Molti docenti universitari alla fine di tutto il percorso realizzano un seminario dedicato alla certificazione alla valutazione e certificazione delle competenze negli ambienti di apprendimento digitali. La disponibilità di sempre più sofisticate tecnologie dell'informazione e della comunicazione sta creando nuovi ambienti di apprendimento, i portali sono ambienti di apprendimento digitale e, la valutazione, in questi ambienti, affronta questioni specifiche, oltre un laboratorio con obbligo di frequenza, con delle ore di introduzione e di ricapitolazione di alcuni contenuti e altre ore dedicate al lavoro di gruppo, mediante la costruzione di prove valutative. Coloro che, studiando per diventare insegnanti nella scuola dell'infanzia e nella scuola primaria, sanno che la valutazione, in questi 2 gradi dell'istruzione, ha delle specificità, delle peculiarità. Mentre nella scuola primaria l'oggetto principale della valutazione è l'apprendimento degli allievi, nella scuola 06 l'oggetto non è più costituito dagli apprendimenti ma dalla qualità dei servizi: è come dire non mi occupo degli apprendimenti ma mi occupo delle condizioni che consentiranno lo sviluppo degli apprendimenti, per una ragione molto semplice. Nella scuola dell'infanzia le acquisizioni degli apprendimenti non sono il risultato principalmente del contesto scolastico, i bambini a quell'età, apprendono soprattutto per un contesto più ampio, più ricco che parte dalla famiglia, per arrivare alla famiglia più allargata, alla comunità a cui appartengono e, quindi, anche alla scuola dell'infanzia. Mentre nella scuola primaria c'è una organizzazione molto dettagliata per discipline, materie e anni scolastici, nella scuola dell'infanzia non c’è, anche se esiste la sezione dei tre quattro e cinque anni. Sappiamo anche che le Indicazioni nazionali non sono c'entrate sugli apprendimenti e che, da qualche tempo a questa parte, si sta sviluppando un’attenzione anche a questa dimensione. Nel passato, in Italia, soprattutto all'estero, l'attenzione dei valutatori si è concentrata sulle condizioni degli apprendimenti e cioè sui servizi, sulle normative, sulle leggi, sull’ organizzazione degli spazi, sulla preparazione dei docenti, sulle relazioni scuola famiglia, sul progetto pedagogico, più che sull' apprendimento dei singoli bambini. Il tema della valutazione, in questi ultimi anni, è stato piuttosto vivace, caratterizzato da un movimento positivo che ha portato  all’introduzione sistematica e massiccia di pratiche, di procedure valutative, soprattutto di procedure di valutazione esterna, realtà in passato estranea al sistema scolastico italiano. L’Italia è stato uno degli ultimi paesi a dotarsi di un Istituto Nazionale di valutazione e a dotarsi di un sistema nazionale di valutazione; questo ritardo si è accompagnato anche ad una cultura poco pragmatista, più idealistica che positivista. Dov'è il valore del quantitativo, dov'è il valore della misura, dell'accertamento? Avveniva ed è stato sistematicamente posto in secondo piano a causa di una resistenza, anche culturale, alla valutazione esterna, alla misurazione. Infatti nella seconda metà degli anni 70, quando con la legge 517, nel nostro paese è stata introdotta la scheda di valutazione, la programmazione e la valutazione. Alla fine degli anni 90, quando i due istituti di ricerca introdotti dai decreti delegati del 74 ( uno era il Centro europeo dell'educazione con sede a Frascati vicino Roma e l'altro era la Biblioteca di documentazione pedagogica di Firenze), avevano il compito di rappresentare l'Italia nelle ricerche comparative internazionali, ancora non avevano iniziato le loro rilevazioni campionarie, esisteva un campione di circa 300 scuole in Italia che partecipavano con i loro dati favorendo la creazione una competenza disciplinare in campo docimologico. A partire dal 97/99, 2001-2004 date dei provvedimenti dei decreti che hanno l'invalsi, è stato quasi subito scelto l'approccio censuario invece che quello campionario. L'approccio campionario si ha quando una piccola parte di scuole partecipano ad una relazione con i primi tre anni di progetto pilota a partecipazione volontaria. Questo tipo di partecipazione è durata 3 anni dal 2001 al 2003-2004. Quindi bisogna conoscere il processo, il modo migliore per attrezzarsi è quello di conoscere, diventare consapevoli e formarsi una propria idea. Il nostro sistema scolastico dal 97 è basato su un regime di autonomia. Quindi ogni scuola è libera di organizzarsi. Recentemente sono state sviluppate delle pratiche inutili e dannose poichè alcune scuole, alcuni insegnanti, ritengono la prova Invalsi come il giudizio di Dio. In effetti risultati di quella prova dicono quanto io sono bravo oppure i risultati di quella prova possono rivolgersi contro di me (insegnante); quindi che cosa faccio io che sono furbo, preparo i miei studenti sulle prove che si trovano in circolazione, testi, libri, libretti di preparazione, test Invalsi, li somministro una volta, due volte, tre volte, finché non si sono dimenticati, non sono diventati bravi. Così, poi, quando ci sarà la prova Invalsi, tutto andrà per il meglio.  Questa è una procedura pessima perché le prove Invalsi avvengono una volta all’anno e quella valutazione risponde a esigenze di ricerca, valutazione di sistema.  L’insegnante  può scegliere di dedicare molto tempo ad addestrare i bambini a rispondere alle prove, ma è una scelta pessima, che va denunciata pubblicamente, perché significa sottrarre tempo alla didattica vera, ad attività educative e pedagogiche di grande spessore per dedicarla all'addestramento puro e semplice, ai test.
In Italia siamo arrivati ultimi in queste pratiche valutative, stiamo importando cose che all'estero avvenivano 20-30 anni fa quando questa pratica dell'addestramento ai test era già considerata pessima. Teaching to the test, insegnare per i test. Le prove Invalsi avvengono una volta l'anno, da aprile-maggio, rispondono ad esigenze di valutazione standardizzata. Sicuramente l'insegnante deve fare una valutazione che, in alcuni casi, utilizza un repertorio di prove valutative, strutturate e oggettive ma, passare tutto il tempo a proporre ai bambini test perché così diventano bravi a rispondere alla prova Invalsi, non corrisponde ad una responsabilità pedagogica totale e con denuncia una pratica didattica-valutativa non sempre adeguata. Il tema generale della valutazione, della docimologia, rappresenta una rivoluzione di significati e pratiche nei contesti educativi e scolastici. Proporrò alcune definizioni di docimologia, di valutazione e poi descriverò le principali dimensioni di cui si compone il complesso processo della valutazione. Iniziamo dall’etimologia della parola docimologia, composta di due radici greche dokimazo che significa esaminare in logos e la consueta radice che indica un discorso su una riflessione; quindi possiamo dire che la docimologia è il discorso sull' esaminare.
Pieron che è stato uno degli studiosi che ha contribuito ad avviare a diffondere gli studi di tipo docimologico definiva nel 1929 la docimologia come lo studio destinato alla critica e al miglioramento delle votazioni scolastiche. Ricordo brevemente che la docimologia ha origine proprio dagli studi condotti negli anni Venti e trenta del secolo scorso sulla efficacia, sulla validità sull' oggettività degli esami di stato, che concludevano la scuola secondaria superiore in Francia, il cosiddetto baccalaureato che con qualche modifica rimane ancora oggi l'esame conclusivo di quel grado di istruzione. De Landsheere, pedagogista belga, nel 1973 definisce la docimologia la Scienza che ha per oggetto lo studio sistematico degli esami in particolare dei sistemi di valutazione il comportamento degli esaminatori e degli esaminandi. In un periodo successivo abbiamo un estensione dei significati del termine docimologia da parte di De Ketele (1982) per il quale la docimologia è la disciplina che ha per oggetto lo studio dei sistemi di valutazione in educazione. De Landsheere nel 1992 afferma che La docimologia riguarda anche gli insegnanti, gli istituti, il sistema scolastico. Gli oggetti della valutazione e cioè gli insegnanti, gli istituti, il sistema scolastico, negli ultimi decenni del secolo scorso, sono oggetto di un’estensione del campo semantico della docimologia passando, di fatto, dalla docimologia alla valutazione. Oggi il termine più diffuso, più utilizzato sia in sede scientifica sia in campo scolastico è valutazione. Utilizzando una definizione molto generale e reale del prof. Luciano Cecconi, della cattedra di Docimologia dell’Università di Modena e Reggio Emilia, che va oltre i contesti educativi e scolastici, la valutazione è  un processo che ha lo scopo di determinare il valore di una cosa. Pellerey rappresenta la valutazione, sotto il profilo umano, come un fatto simmetrico (A giudica B e Bgiudica A) e riflessivo (A e B giudicano se stessi).  Due concetti chiave sono processo e il valore: è bene sottolineare la centralità del concetto di processo, inteso come una sequenza ordinata di azioni organicamente collegate tra di loro che si sviluppano arrivando al conseguimento di uno scopo. La valutazione va intesa proprio come un processo, non è un singolo atto, un singolo concetto, sono diversi concetti, è una molteplicità di concetti, di azioni collegate tra loro organicamente, collegate tra loro il secondo concetto di valore che qualifica la valutazione (il processo è finalizzato a determinare il valore ad apprezzare un evento, una cosa, un organismo o istituzione, una prestazione ed ha lo scopo di determinare il valore di una cosa).  La valutazione può essere rappresentata come un fatto simmetrico  e riflessivo in cui ogni soggetto valuta contemporaneamente se stesso e l’altro emergendo la complessità del processo. Secondo Tyler, padre del curricolo, La valutazione consiste essenzialmente nella comparazione tra le prestazioni degli allievi e gli obiettivi determinati, prefigurati dai responsabili di un programma di formazione, sviluppata e affermata a partire dagli anni 50 del secolo scorso, concentra la sua attenzione sulla relazione che c'è tra le prestazioni degli allievi, quelle che si osservano (i bambini che erano stati determinati, prefigurati da responsabile un programma di formazione, responsabile curriculum): qui emerge un altro concetto fondamentale nella valutazione, si effettuava una comparazione tra “ciò che osservo” e “ciò che mi aspettavo di osservare” e, cioè, tra le prestazioni degli allievi e gli obiettivi che erano stati predeterminati.
Lipari nel 1995 propone un'altra definizione della valutazione: è un atto che implica nei casi di maggiore complessità raccolta di informazioni analisi e riflessione tendente alla formulazione di giudizi di valore sull'oggetto su una situazione o su un evento. Questa definizione mette in evidenza e fa ricorso a molti concetti che sono fondamentali per comprendere la complessità del processo di valutazione. Per cominciare la valutazione è un sistema di raccolta informazioni e di analisi. Bisogna interpretare i dati raccolti,  riflettere e tendere alla formulazione di giudizi di valore. Quali sono gli oggetti della valutazione, che cos'è che viene sottoposto a valutazione? Un oggetto, una situazione, un evento, la valutazione si può configurare come un'attività cognitiva della nostra mente, rivolta a fornire un giudizio su di un complesso di azioni coordinate, intenzionalmente e destinata a produrre effetti esterni, che si fonda su attività di ricerca nelle scienze sociali e che segue procedure rigorose e codificabili. Palumbo, esperto italiano di valutazione, nel 2001 fa ricorso alle scienze sociali; di fatto la valutazione è un'attività di ricerca, la sua struttura logica è quella di un'attività di ricerca, raccolta sistematica di informazioni, analisi dei dati, interpretazione dei dati e, in conclusione, espressione in giudizi di valore. “La valutazione è la raccolta sistematica di informazioni sulle attività, caratteristiche, e risultati, per formulare giudizi sul programma, migliorarne l’efficacia, e/o indirizzare decisioni sulla futura programmazione”. In questa definizione proposta da Patton nel 1998, uno dei maggiori esperti nel campo della valutazione della Formazione, dei programmi di formazione, dei programmi educativi e, soprattutto, in campo extrascolastico, c'è il riferimento ad altri concetti, che sono utili per migliorare la nostra comprensione del processo di valutazione e formulare giudizi sul programma Eco. Qui diventa esplicito l'oggetto della valutazione, non la singola prestazione dell' allievo o dell'Istituto scolastico, in un programma Nazionale. Voglio ricordare che uno stimolo fortissimo agli studi sulla valutazione è venuto proprio dalla necessità di mettere sotto controllo la realizzazione di programmi statali o, addirittura, di grandi istituzioni come la banca mondiale, si investivano ingenti risorse in azioni educative, programmi educativi di lungo periodo. Quindi avevano la necessità di porre sotto controllo l'uso di queste risorse, soprattutto i risultati; altro aspetto fondamentale è quello del riferimento al miglioramento per formulare giudizi sul programma, migliorarne l'efficacia e indirizzare decisioni sulla futura programmazione, quindi uno scopo è quello di prendere decisioni che indirizzino la futura programmazione (la valutazione che faccio di un programma oggi concluso, può essere utile a migliorare nel futuro; oppure una decisione che prendo oggi di un  programma in via di svolgimento può aiutarmi a migliorare lo stesso programma durante il suo svolgimento).  Abbiamo visto definizioni con accenti diversi che ci hanno aiutato ad avviarci in questo lungo percorso di comprensione di un processo molto complesso, che possiamo intendere anche individuandone gli aspetti essenziali. Se riusciamo a dare una risposta alle domande fondamentali perché valutare? cosa valutare? come valutare? quando valutare? chi esercita l'azione del valutare? possiamo ricostruire un significato complessivo che si approssima al significato vero e complesso del processo di valutazione. Queste domande definiscono le caratteristiche essenziali del processo di valutazione e rientrano nell'ambito educativo formativo scolastico; quindi tutte le risposte ricadono in questo ambito per migliorare i risultati dell'apprendimento,  per  valutare le competenze raggiunte dei miei allievi, per individuare situazioni di insufficienza, delle lacune ,delle criticità e intervenire per colmarle. Posso anche valutare per selezionare gli allievi alla fine di un ciclo, posso fare una selezione per individuare un po' di allievi da destinare ad un'attività e li sottopongo a valutazione di selezione, oppure posso valutare per migliorare la qualità del servizio e mettere in campo azioni di compensazione, di recupero, per superare le criticità. Posso valutare per migliorare le prestazioni del sistema locale o nazionale (pensate alle rilevazioni Invalsi aventi lo scopo di avere informazioni che ci aiutino a valutare l'efficacia e l'efficienza del sistema Nazionale). Qual è l'efficacia della scuola italiana, dei diversi gradi dell'Istruzione in ambito matematico, scientifico, eccetera.. Oppure posso valutare per supportare decisori politici nelle politiche educative, ovvero le indagini internazionali Ora dell'OCSE.. Il ministro responsabile delle politiche scolastiche può utilizzare quei dati per prendere decisioni relative alle politiche educative, può prendere dei provvedimenti e quindi avviare, ad esempio, un piano per l'aggiornamento professionale dei docenti per tentare di innovare la didattica, ecc. Quindi la valutazione serve a supportare la presa di decisione dei politici, migliorare i risultati di apprendimento o selezionare gli allievi a livello di istituto scolastico a livello locale a livello nazionale addirittura a livello internazionale. Passando alla seconda domanda cosa valutiamo che cosa sottoponiamo a valutazione, facendo riferimento alle finalità, posso sottoporre a valutazione l'apprendimento di un allievo, di un gruppo.  L'apprendimento non è l'unico oggetto della valutazione, possiamo sottoporre ad essa l'insegnamento, la preparazione professionale degli insegnanti, la qualità dei programmi del curricolo, i materiali, i testi d'esame,  i metodi adottati, la singola scuola o l’intero sistema locale e nazionale, gli operatori scolastici nella loro molteplicità, sia gli insegnanti che i dirigenti scolastici, il personale amministrativo, ecc. Nel complesso mondo dell'educazione possiamo sottoporre a valutazione ciò che vogliamo, metodi e strumenti sono la risposta al come lo valuto e come valuto, quali metodi quali strumenti uso per valutare. Naturalmente la risposta è particolarmente complessa perché si possono utilizzare metodi e strumenti diversi a seconda degli oggetti della valutazione.  Si sottopongono ad analisi valutativa le prove strutturate e semistrutturate per la valutazione dell'apprendimento,  nelle varie forme di un questionario, di scale di direzione, liste di controllo, degli stessi descrittori e altre forme di rilevazione.  Ribadiamo che la valutazione è una sistematica raccolta di informazioni la cui modalità dipende dal contesto, dalle finalità, dall'oggi, quindi possiamo ricorrere ad un repertorio piuttosto vario di strumenti per la raccolta di queste informazioni. Generalmente si pensa alla valutazione come un atto conclusivo di un ciclo, di un processo, non è così.  Certo, l'esame arriva alla fine dell'anno, l'interrogazione arriva alla fine del quadrimestre, ma non sempre è così. C'è una valutazione che viene proposta e utilizzata all'inizio di un percorso, di un itinerario, di un ciclo. C'è una valutazione intermedia, cioè una valutazione che viene condotta durante lo svolgimento di un percorso, c'è una valutazione finale che viene condotta alla fine di un percorso. Infine c'è la valutazione differita nel tempo e meno nota, ma utilizzata.  Per esempio il consorzio Almalaurea conduce delle indagini per vedere qual è l'effetto dello studio universitario dopo un anno, 2 anni, 3 anni, quindi a distanza di tempo dalla conclusione di un determinato percorso formativo. Si possono fare delle rilevazioni per studiare gli impatti che questa formazione ha avuto non solo sui singoli fruitori ma anche sulla società.  Inoltre una volta definite le finalità, individuati gli oggetti della valutazione, i metodi e gli strumenti e anche i tempi della valutazione, chi sono i soggetti che la gestiscono? Innanzitutto la pensiamo al docente che valuta esami, interrogazioni,  prove, test.  Altri soggetti sono rilevanti all'interno del processo di valutazione: i dirigenti scolastici, per esempio, possono sottoporre a valutazione la prestazione professionale di un docente, di un collegio dei docenti,  addirittura altre figure come gli ispettori, i sistemi di valutazione scolastica in altri paesi. In altre nazioni c'è la figura dell'ispettore scolastico mandato dell'amministrazione centrale ad effettuare delle ispezioni e delle valutazioni.
Qual è il rapporto che esiste tra il processo di valutazione e il processo di formazione, dove e come si colloca all'interno del processo formativo la valutazione.  Definiamo il curricolo, concetto di straordinaria importanza nell'evoluzione delle Scienze dell'Educazione, nell'evoluzione di alcune aree del sapere e della pratica professionale, come per esempio, la progettazione e la valutazione. Il curricolo è un tentativo di rendere comunicabili i principi essenziali e le configurazioni concrete di una proposta educativa in modo da renderla disponibile all'analisi critica.  È impossibile una effettiva traduzione operativa anche se curricolo deriva dal latino curriculum che indica il rotolo, la pergamena,  è cioè qualcosa che ha uno sviluppo, che si svolge.  Ciò che si sviluppa, ciò che si svolge è l'azione dell'insegnamento, la capacità di pianificare,  di progettare e gestire l’azione educativa. Rendere comunicabile e rendere disponibile una proposta educativa all'analisi critica,  è uno dei principi della ricerca della Ricerca Scientifica.  Il disegno della ricerca, un rapporto finale di una ricerca, sono qualcosa che rendono accessibile all'analisi critica la costruzione di in modo tale che possa essere criticata,  fare riferimento al disegno della ricerca,  ma anche perché possa avere un effettiva traduzione operativa. È un piano per la realizzazione di una ricerca, quindi del processo, il curricolo è qualcosa che rende accessibile all'analisi critica un piano, un percorso formativo e la rende anche passibile di una effettiva traduzione. È ciò che rende possibile realizzare una proposta educativa. Possiamo far risalire la definizione di principi fondamentali per il curricolo a un'opera ritenuta fondamentale quella di Ralph Tyler I principi fondamentali per Il curricolo e l'insegnamento dove Tyler costruisce uno schema e individua 4 punti che caratterizzano il curricolo, 4 domande rispondendo alle quali si definisce la struttura di un curricolo. Tyler sviluppò questo schema nel secondo dopoguerra del secolo scorso, nel 1949 pubblicò questo testo mentre era direttore del dipartimento di educazione dell'università di Chicago. Come tutti gli studiosi e gli amministratori ebbe la necessità di gestire complessi processi di formazione e di istruzione. Indicò, all'epoca, le finalità educative che la scuola dovrebbe cercare di raggiungere. Innanzitutto cercò di chiarire ed esplicitare le finalità educative che la scuola dovrebbe raggiungere, quali esperienze educative verosimilmente adatte a raggiungere queste finalità sono disponibili (quindi definire quali esperienze educative e proposte educative, quali ambienti, quali condizioni adatte a raggiungere le finalità definite).  Come possono in concreto essere organizzate quest'esperienze nella operatività quotidiana. Nel nostro discorso sulla valutazione, in quale modo è possibile verificare che queste finalità siano state raggiunte? Alla fine del percorso ho individuato le finalità, ho individuato le esperienze adatte a raggiungere quelle finalità, ho individuato le modalità organizzative per realizzare concretamente le esperienze, alla fine devo predisporre le modalità e gli strumenti per verificare se effettivamente quelle finalità sono state raggiunte. Quindi la valutazione è l'elemento conclusivo di questa sequenza di 4 principi che servono a gestire il curriculum e l'insegnamento, così come sono state individuate da Tyler nel 1949.  In questa sequenza è chiara la connessione tra una fase e l'altra. Tyler con questa sua elaborazione esercita un'influenza straordinaria sulle pratiche, sullo sviluppo di tutto il pensiero, sulla riflessione del curricolo e avvicinò agli studi relativi al curricolo giovani studiosi che poi segneranno ricerca in questo settore. Tra questi cito soltanto due nomi: il primo Benjamin Bloom, il secondo di una studiosa estone che lavorò con Tyler e cioè Tappa che nel 62 mise appunto oltre 500 pagine descrittive di tutti i passi per la progettazione, la realizzazione e la valutazione dei curricoli scolastici.  I 7 punti fondamentali di questa progettazione sono: la diagnosi dei bisogni individuali, sono i bisogni educativi, i bisogni di formazione. Quindi una volta formulati gli obiettivi, si selezionano i contenuti, si organizzano i contenuti, si selezionano le esperienze di apprendimento.  Infine  si individua ciò che si deve valutare, e come e con quali strumenti è possibile farlo. Ci avviciniamo a quella che oggi è percepita come la struttura sequenza logica della progettazione educativa e didattica. Lo schema della valutazione è sempre presente e mostra una natura sequenziale, rappresenta il momento conclusivo, l'elaborazione, il curriculum, lo sviluppo di questo pensiero, di questa riflessione, soprattutto di strumenti operativi e delle pratiche relative al curricolo hanno avuto uno sviluppo anche in Europa. Uno schema dello School Council Working Paper presentato all'interno dell'esperienza del mondo scolastico del Regno Unito degli anni 70 introduce, a proposito di sequenzialità, l’elemento della circolarità, della ricorsività di un processo, che non finisce, che ha una sua continuità.  Il momento in cui si verifica se quegli obiettivi sono stati raggiunti o meno rappresenta un elemento nuovo rispetto agli schemi che abbiamo esaminato finora; l'effetto retroattivo, il cosiddetto feedback è il prodotto della valutazione. L'effetto retroattivo viene utilizzato per predisporre interventi di compensazione, di recupero, per fare in modo che quel 40% di studenti che non hanno raggiunto completamente obiettivo formativo possa colmare le sue lacune. Questa circolarità rende l'idea, valorizza il concetto di effetto retroattivo poichè una volta valutato, si utilizza il risultato della valutazione per riprogrammare, per riprogettare in un processo quasi senza fine. All'inizio la valutazione è stata vista come un elemento di una sequenza, col passare del tempo la valutazione comincia ad interagire anche con gli altri elementi del processo, ad assumere un ruolo sempre più centrale nel più ampio mondo della formazione, quindi in un contesto formativo anche extrascolastico,  la valutazione si colloca e viene analizzata in tutti i suoi effetti, immediati e meno immediati, lungo una dimensione temporale più lunga secondo il modello di Kirkpatrick. Un modello che ha avuto una grande influenza sugli studi e le pratiche successive,  la cui caratteristica è il non si fermarsi al risultato immediato, ma cercare di analizzare, nella complessità, l'articolazione dei risultati. Quindi c'è una prima immediata dimensione della valutazione,  che è quella di accertare, di rilevare informazioni sulle reazioni immediate, soggettive dei partecipanti; un secondo livello è quello dell'apprendimento, cioè questo percorso formativo quali trasformazioni ha prodotto nell’allievo in termini di conoscenze, abilità, capacità, competenze. Un livello successivo è quello del comportamento, dell’apprendimento dell'allievo durante il corso: quindi nuove conoscenze, nuove abilità, in che modo si sono trasferiti i nuovi comportamenti sul lavoro.  Questo modello è stato sviluppato soprattutto nell'ambito della formazione degli adulti e formazione aziendale professionale.  Come si sono trasformati i nuovi comportamenti in contesto operativo reale,  infine, in che modo questi nuovi comportamenti organizzativi sul lavoro in che modo e misura hanno prodotto dei benefici per l'organizzazione, per l'azienda, per la scuola. Secondo Kirkpatrick valutare i risultati di un'azione a diversi livelli è come gettare un sasso in una superficie d'acqua, si sviluppano una serie di cerchi concentrici che via via occupano spazi sempre più grandi man mano che ci si distanzia dal punto di caduta. C'è una reazione immediata che sono degli apprendimenti; essi vengono trasferiti in nuovi comportamenti. I comportamenti visti all'interno di un contesto organizzativo generano nuovo cambiamento organizzativo che comporta una maggiore articolazione.  Caratteristica di questo modello è la circolarità delle fasi e cioè quando si hanno determinati risultati di reazione  essi possono immediatamente condizionare nuovi obiettivi di reazione.  Passiamo alla descrizione delle azioni del processo valutativo, la validità e l'attendibilità delle prove valutative, la classificazione.  Iniziamo dalle azioni del processo valutativo,  ciascuna  più o meno strutturata, più o meno consapevole.  Alcune azioni hanno in comune la descrizione, la comparazione, la misurazione. Soltanto al termine di queste azioni si perviene alla formulazione del giudizio: la valutazione vera e propria.  Che cosa mi aspetto di vedere, di osservare? In base a ciò che io mi aspetto, valuto o sollecito l'allievo a darmi quella prestazione.  Subito dopo l'osservazione faccio riferimento a quello che mi aspettavo e cioè osservo se nel comportamento manifestato ritrovo gli elementi del comportamento che mi aspettavo. Devo avere le idee chiare di ciò che mi aspetto, delle mie attese.  La descrizione del comportamento che mi aspetto di osservare deve essere precisa, misurabile, osservabile, non ambigua proprio per ridurre al minimo le incertezze riguardo alla sua identificazione e interpretazione. La seconda azione è la comparazione cioè confronto le caratteristiche dell'oggetto sotto osservazione che servono all’allievo mentre esegue un determinato compito, risponde ad una determinata sollecitazione. Paragono quello che osservo con quello che mi aspettavo di osservare e quindi faccio riferimento al criterio predefinito, all'obiettivo predefinito, ad uno standard. Quello che osservo coincide, si avvicina, si sovrappone a quello che mi aspettavo di osservare, in che misura coincide con quello che mi aspettavo di osservare. Quindi descrivo e definisco l'obiettivo, ciò che mi aspetto di osservare, ciò che mi aspetto come conseguenza dell'azione educativa, dell'azione formativa quindi comparo la prestazione e l'allievo con quello che avevo definito in precedenza e, quindi, misuro.  La misurazione è riferita al conseguimento completo dell'obiettivo, è un'approssimazione della descrizione del risultato finale. Si procede alla misurazione,  cioè adottando una qualsiasi scala in quale misura  rilevo il conseguito l'obiettivo, secondo una scala ordinale in decimi, facendo riferimento a quelli attualmente in uso per misurare il grado di apprendimento, il grado di conseguimento dell'obiettivo. Non esiste valutazione senza obiettivo, senza uno standard predefinito, un criterio predefinito.  Quali sono gli strumenti possibili che possiamo utilizzare.  Naturalmente variano a seconda delle esigenze valutative, in un contesto educativo scolastico io posso avere la necessità di raccogliere informazioni sulla condizione socio culturale di una classe. Oppure posso raccogliere informazioni sull'andamento di un'azione, di un intervento, di un programma o un progetto.  Ancora posso avere la necessità di raccogliere informazioni sull'efficacia e l'efficienza di un istituto scolastico e allora avrò bisogno di altri strumenti.  Questi elementi più sono definiti e precisati più diminuisce l'influenza della soggettività.  Fortunatamente la soggettività  non potrà mai essere eliminata. Il problema della valutazione oggettiva è quello di contenere il più possibile questa soggettività.  Affrontiamo il concetto di feedback, retroazione,  la sua traduzione nel contesto operativo e la sua rilevanza nel processo di valutazione, nel modello del Mastery Learning e sugli obiettivi. Il concetto di feedback, eco-feedback, letteralmente retroalimentazione a retroazione, designa il processo per cui l'effetto risultante dall'azione di un sistema meccanismo di un circuito, di un organismo, di un programma educativo e di un curricolo, si riflette sul sistema stesso per variarne non correggere opportunamente il funzionamento. È l'effetto risultante da un'azione, il risultato di un'azione e la sua capacità di riflettersi sul sistema stesso. Il docente impegnato nel processo di insegnamento apprendimento, produce un risultato che torna a me, si riflette sul sistema stesso, torna a me, non mi fornisce delle informazioni che io posso utilizzare per correggere opportunamente la mia azione di insegnante. Questa la rappresentazione, il meccanismo di feedback, c'è un azione, delle risorse che vengono messe in gioco per produrre un processo, quello dell'insegnamento, l'insegnamento produce un risultato, questo risultato ha una retroazione. Sul processo, addirittura nella fase di predisposizione delle risorse per attivare l'insegnamento, che è la fase di input, c'è una retroazione, da output del suo feedback, ritorna sul processo. Nel caso dell’insegnamento, le prestazioni dell'insegnante sia nella fase di input c'è l'ingresso delle risorse (per esempio la programmazione didattica), il risultato di una determinata prova di valutazione torna, sia mentre l’insegnante svolge l’azione educativa durante il quadrimestre, sia sulla organizzazione didattica di quel quadrimestre, è possibile cambiare qualcosa durante il quadrimestre sia a livello di input, cioè di progetto, di pianificazione e di programmazione didattica iniziale, di un momento, del luogo dove definisco l'uso delle risorse, sia a livello ulteriore, proprio perché il concetto nasce all'interno della teoria dell'informazione, che poi dato vita ai processi di automazione e allo sviluppo dell'intelligenza artificiale. Ecco il feedback un esempio è quello dei tornelli della metropolitana, noi non possiamo avere accesso alle banchine della metropolitana se non introducendo il biglietto in un dispositivo meccanico, il tornello, con l'obliterazione del biglietto noi inseriamo il biglietto nel lettore quindi abbiamo un processo di lettura e di verifica, se il biglietto è valido, la macchina riceve l'indicazione di liberare il tornello, di aprire il varco, questo è il feedback. Io attivo un processo, ottengo informazione sulla base della quale condiziono il funzionamento successivo. Se introduco un biglietto scaduto, quindi non valido, la retroazione sarà che la macchina riceve l'informazione di non aprire il varco. La stragrande maggioranza dei meccanismi automatici funziona in base al concetto di feedback che, introdotto all'interno delle pratiche educative e didattiche, di conseguenza ha sviluppato il Mastery Learning,  tradotto apprendimento per la padronanza. Secondo questo modello l’insegnante ho propone una unità didattica agli studenti, al termine della quale, presenta un test di valutazione per bonificare il progresso degli studenti (valutazione formativa) che dimostra che la padronanza, rispetto a quel tema, quell'argomento, quella abilità o quella conoscenza, è stata raggiunta. Se l'esito della prova è positivo l’insegnante propone allo studente un attività di arricchimento, di consolidamento, poi passa all'unità successiva. Invece se l'esito della prova di valutazione è negativo,  cioè se lo studente dimostra di non aver raggiunto la padronanza rispetto a quella conoscenza, quella abilità, allora l’insegnante propone delle attività di correzione, compensazione, di tornare con altre esperienze e attività sullo stesso obiettivo affrontato dall'unità,  quindi propone un nuovo test di valutazione che risponde alla stessa domanda,  cioè la padronanza, rispetto a quella conoscenza. In questo modo c'è la possibilità di individualizzare la proposta,  di seguire percorsi differenziati se l'allievo, il gruppo supera la prova di valutazione, si passa all'unità successiva; se la prova non viene superata si propone la differenziazione del percorso, da attività di recupero e di compensazione, che aiuti lo studente a raggiungere la padronanza e, quindi, passare all'unità successiva.  Il feedback è fornito dalla prova di valutazione che, a seconda dell'esito,  segue una strada piuttosto che un’altra. In questo senso si è definito il modello del Mastery Learning che tendeva a superare una vecchia pratica, la valutazione utilizzata soltanto alla fine con funzione sommativa. Se l’insegnante propone una o più prove di valutazione alla fine di un percorso, può prendere atto della situazione senza modificarla, essendo fuori da un percorso, non può fare più niente. In questo caso si ricorre alla funzione formativa della valutazione,  cioè usare la valutazione durante il percorso in modo tale da poter utilizzare le informazioni, che vengono dalla valutazione, per poter intervenire, regolare, correggere e rimodulare il processo, ridefinendo l'obiettivo, scegliendo altri mezzi, altri metodi ma potendo intervenire per migliorare la finalità del Mastery Learning, aumenta la possibilità di coinvolgere il maggior numero di allievi nel raggiungimento degli obiettivi della valutazione con finalità formative. Durante il processo e mettendo in atto interventi di compensazione l’insegnante ha la possibilità di recuperare la percentuale di allievi che non hanno raggiunto la competenza, in tutto o in parte,  quindi diventa fondamentale l'obiettivo, che corrisponde alla prima fase del processo valutativo, cioè la descrizione di ciò che mi aspetto che lo studente sappia o sappia fare.  Quali sono i criteri per la definizione dell’obiettivo? Deve essere descritto in termini di comportamenti osservabili, ciò che deve sapere e saper fare l'allievo in conseguenza dell'azione formativa.  Va descritto in modo tale che poi possa essere osservato e misurato in modo altrettanto preciso. L'obiettivo non deve essere ambiguo ma  occorre descrivere quel comportamento, osservabile sotto specifiche condizioni di prestazione. Allo stesso modo devono essere definiti i criteri in base ai quali valutare il raggiungimento dell'obiettivo,  devono quindi essere esplicitati e la formulazione l'obiettivo, il compito, la condizione in cui deve essere eseguito il compito, è quello standard, cioè il livello di accettabilità, i criteri in base ai quali valutare il raggiungimento dell'obiettivo generale e degli obiettivi specifici,  entrare più nel dettaglio rispetto a quello generale, sarà in grado di individuare i valori al di sopra o al di sotto della media, individuare i periodi con i valori migliori e quindi con i valori peggiori,  stabilire l'andamento della distribuzione. L'espressione generale interpretare una serie di dati statistici nella pratica si articola nel calcolare la media e individuare i valori che stanno al di sopra e al di sotto della media.  Gli obiettivi generali sono utili nella programmazione ma non si possono valutare.  Per stimarli devo formulare la tassonomia degli obiettivi specifici, cioè la gerarchia, dal più semplice al più complesso, dal più facile al più difficile, dal più semplice al più complesso.  Torniamo alla classificazione delle prove di valutazione degli apprendimenti e, in particolare, approfondiremo la conoscenza di una di queste tipologie di prove: le prove strutturate, di cui vedremo vantaggi, limiti e anche pregiudizi. Recuperiamo la classificazione proposta da Vertecchi in base ai due valori che possono assumere, due delle caratteristiche delle prove,  cioè il tipo di stimolo (che può essere aperto o chiuso) e il tipo di risposta (che può essere a sua volta aperta o chiusa).  Rappresentate graficamente sul piano cartesiano le quattro tipologie,  nel dettaglio le prove a stimolo aperto e risposta aperta, quelle cioè nelle quali il valutatore, il docente, propone all'allievo uno stimolo di tipo generale, aperto, un'indicazione di una certa area di problemi, all'interno della quale lo studente deve orientarsi, organizzare una sua risposta, che sarà naturalmente aperta e decidere come organizzare la risposta.  L'altra tipologia è quella in cui lo stimolo della prova è chiuso,  quindi il docente sollecita in modo chiaro e definito lo studente a manifestare un certo tipo di apprendimento,  in cui la risposta che lo studente offre è aperta avendo la libertà di organizzarsi, di affrontare e argomentare un certo tipo di contenuto, individuando alcuni limiti, cioè non lasciando totalmente libero lo studente di affrontare il tema generale declinando in alcuni aspetti specifici delle prove, sia la struttura logica in una prova di valutazione, sia in particolare, le caratteristiche delle prove cosiddette strutturate, cioè le prove a stimolo chiuso e risposta chiusa,  avendo come consegna quella di non divagare liberamente. L'ultima tipologia, quella di prova con stimolo aperto risposta chiusa, è una tipologia teorica, cioè nella realtà pratica, nella didattica educativa di tutti i giorni, è un tipo di interazione, sollecitazione,  risposta tra insegnante-allievo che riguarda la valutazione apprendimenti. Si tratta di una tipologia che è caratterizzata da uno stimolo aperto indirizzato all'allievo ma la risposta non riguarda il possesso di certe conoscenze, abilità ma, più che altro, la tendenza alla compiacenza, più che altro una domanda retorica (Test di profitto).
In Italia l’approvazione dello Schema di Regolamento del Sistema Nazionale di Valutazione, in materia di istruzione e formazione ha sancito la rilevanza del rapporto tra valutazione interna e valutazione esterna, e miglioramento. Nella prospettiva dello Schema di Regolamento del Sistema Nazionale di Valutazione, la valutazione interna e quella esterna seguono un unico quadro di riferimento teorico. L’utilizzo di un corpus di criteri comuni per l'autovalutazione e per la valutazione esterna consente alle scuole di indirizzare le proprie energie verso aspetti che sono ritenuti importanti anche all'esterno, e al sistema di compiere le proprie rilevazioni e analisi in modo più rapido, potendo contare sul percorso già svolto dalla scuola e assumendone gli esiti.
Da un punto di vista normativo la Commissione europea, con la Raccomandazione del Parlamento europeo del 2011 sulla collaborazione europea per la valutazione della qualità dell’insegnamento scolastico, ha proposto alcune linee guida in merito a valutazione e alla autovalutazione e in base a questo raccomanda agli stati membri di promuovere il miglioramento delle qualità dell’insegnamento scolastico sostenendo ed eventualmente istituendo sistemi trasparenti di valutazione della qualità. Questo al fine di incoraggiare l’autovalutazione da parte degli istituti scolastici come metodo per fare delle scuole un luogo di apprendimento e di perfezionamento, associando autovalutazione e valutazione esterna sia di sviluppare la valutazione esterna allo scopo di fornire sostegno metodologico all’autovalutazione e fornire un’analisi esterna della scuola che incentivi un processo costante di miglioramento, non limitandosi solo al controllo amministrativo.
In quest’ambito di studio vi sono Paesi che possono vantare una tradizione di studio e pratiche ben consolidate. Utilizzando una schematizzazione dei modelli valutativi su base funzionale può essere individuato un primo modello avente come finalità la regolazione dei livelli di qualità desiderati con riferimento sia al funzionamento sia ai risultati, come per esempio nel caso di procedure di accreditamento e rendicontazione. In questo caso la valutazione serve per certificare il livello di qualità raggiunto e valutare la posizione della scuola rispetto a standard predefiniti. Un secondo obiettivo è rappresentato dall’accountability ovvero dall’esigenza di rendere trasparenti il funzionamento e la performance della scuola per sottoporle allo scrutinio di autorità centrali  o locali o di stakeholder esterni (genitori ecc) . L’accountability è ricondotta a considerazioni legate al dovere di rendicontazione e trasparenza fondamentali delle società democratiche.  La valutazione delle scuole può agire come meccanismo per promuovere il miglioramento. La restituzione dei risultati alle scuole può rappresentare lo stimolo per azioni correttive , promuovendo forme di apprendimento organizzativo. I modelli valutativi orientati all’accountability e al miglioramento fanno riferimento a logiche valutative diverse, i primi tendono a dare informazioni sull’esito complessivo delle performance di una scuola, assolvendo quindi a una funzione sommativa della valutazione; i secondi possono prendere in considerazione gli esiti dei singoli processi che portano alla realizzazione del risultato e possono assolvere ad una funzione formativa. Il Miglioramento è un filone di ricerca nell’ambito del school improvement, a sua volta collegato ai contributi provenienti dalla letteratura sulle school effectiveness, riguardo lo sviluppo di politiche e di iniziative per migliorare le scuole e la qualità educativa da esse fornito. Il termine miglioramento nella letteratura è comunemente usato in due modi: in senso comune per descrivere gli sforzi compiuti per rendere la scuola un posto migliore per gli studenti, gli insegnanti e l’intera comunità (Reynolds, 1996); in senso tecnico per descrivere i processi che la scuola intraprende in un ottica collaborativa con tutti i soggetti che ne fanno parte per innalzare i livelli di apprendimento degli studenti (Hopkins, Ainscow and West, 1994). Nell’alveo della letteratura sul “school improvement” vengono indagati i processi legati al miglioramento (per es. le condizioni organizzative, le modalità di lavoro didattico, la formazione del personale docente, la responsabilizzazione delle famiglie, ecc.) secondo un approccio bottom-up, che localizza il potere ed il controllo a livello di chi concretamente può agire i cambiamenti. L’obiettivo è quindi il miglioramento sia dei risultati degli studenti sia della capacità della scuola di cambiare. In quest’ottica risulta centrale il coinvolgimento di tutti gli attori dell’istituzione scolastica, compresi gli studenti e i genitori.
Gli studi sul miglioramento ci dicono che vi è un processo ciclico e iterativo tra autovalutazione, valutazione e miglioramento. Per cui ad una fase di implementazione del piano di miglioramento segue una percorso di autovalutazione e/o valutazione che può essere affrontato secondo un approccio multidimensionale. Per cui ad una fase di implementazione del piano di miglioramento segue una percorso di autovalutazione e/o valutazione secondo un approccio multidimensionale, che può essere affrontato secondo tre livelli:
-        In che modo la scuola utilizza un approccio intelligente per massimizzare la propria efficacia complessiva come comunità di apprendimento?
-        In che modo i piani di miglioramento a livello di scuola stanno rafforzando le modalità di gestione e stanno avendo un impatto diretto sulle classi, e soprattutto sui progressi e sui  risultati degli studenti?
-        In che modo i piani di miglioramento si focalizzano sia sui risultati che sulla qualità degli apprendimenti che si svolgono nelle classi?
La letteratura esistente e l’analisi delle esperienze straniere soprattutto in relazione a contesti  con una più forte tradizione in questo ambito (Inghilterra, Olanda, Paesi bassi, Stati Uniti, Svezia, Nuova Zelanda, nell’ultimo periodo in Germania) suggerisce che la valutazione ha impatti differenti. Per esempio uno dei fattori considerati importanti  è chiarezza sui criteri valutativi e gli indicatori che indicano la qualità della scuola, ovvero i criteri valutativi e gli standard che indicano una buona scuola; alcune condizioni sono associate per esempio alla relazione che si instaura fra valutatori e scuole, in quanto questa può incoraggiare le scuole ad avere una visione più aperta sui propri punti di forza e debolezza, e di conseguenza agire poi sulle raccomandazioni ricevute.
L’Ofsted ha dedicato numerosi approfondimenti allo stile comunicativo dei valutatori considerando che come dice Mac Beath i valutatori portano con se un mandato che non deve essere nascosto e che  determina la relazione anche comunicativa fra valutatori e scuola
Il processo valutativo deve coinvolgere tutte le componenti della comunità scolastica, così come i risultati della valutazione esterna dovrebbero essere condivisi con le parti interessate , insegnanti , genitori comunità locale che sono particolarmente sensibili ai risultati e questo porta a fare pressione per il miglioramento.
Allo stesso modo la letteratura evidenzia che la natura del feedback dato alle scuole può influenzare l’implementazione successiva del miglioramento. Il feedback per essere efficace:
-        fa un uso efficace delle informazioni raccolte, così come dei risultati della visita per sostenere la scuola si focalizza su un numero di obiettivi di miglioramento limitati è rilevante, chiaro, utile;
-        stimola la creazione di una comunità di apprendimento all’interno della scuola costruisce ponti con la comunità esterna (per esempio i genitori) sostiene una equipe di gestione che a proprio volta sia in grado di motivare e sostenere il raggiungimento dei risultati nel tempo.
Da un punto di vista normativo la Commissione europea con la Raccomandazione del parlamento europeo sulla collaborazione europea per la valutazione della qualità dell’insegnamento scolastico ha proposto alcune linee guida in merito a valutazione e alla autovalutazione e in base a questo raccomanda agli stati membri di promuovere il miglioramento delle qualità dell’insegnamento scolastico sostenendo ed eventualmente istituendo sistemi trasparenti di valutazione della qualità. Questo al fine di incoraggiare l’autovalutazione da parte degli istituti scolastici come metodo per fare delle scuole un luogo di apprendimento e di perfezionamento, associando autovalutazione e valutazione esterna sia di sviluppare la valutazione esterna allo scopo di fornire sostegno metodologico all’autovalutazione e fornire un’analisi esterna della scuola che incentivi un processo costante di miglioramento, non limitandosi solo al controllo amministrativo.

Bibliografia – Sitografia
Comoglio Mario, Insegnare e valutare competenze, atti del Seminario "Valutare e certificare le competenze" in La valutazione degli apprendimenti (3a ed.), MOOC a cura dell’Università di Modena e Reggio Emilia, responsabile scientifico Prof. Cecconi Luciano,  disponibile su https://learn.eduopen.org/
Poliandri Donatella – INVALSI, VERSO UN SISTEMA NAZIONALE DI VALUTAZIONE: INDICATORI DI RISULTATO E PROCESSI AUTOVALUTATIVI, Ufficio Scolastico Territoriale di Brescia, ANALISI DATI INVALSI E PROCESSI AUTOVALUTATIVI, Brescia, 21 novembre 2014.

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