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lunedì 16 luglio 2012

Ruolo dei servizi


Un approccio tra agire quotidiano, politica istituzionale e riferimenti teorico-scientifici.
L’importanza della prevenzione nell’adolescenza è centrale per realizzare interventi efficaci e per evitare che molte situazioni di rischio degenerino in devianza, in cronicità o in patologie gravi che richiedono, necessariamente, interventi terapeutici o assistenziali più lunghi, dolorosi e d’incerta risoluzione. Negli ultimi decenni sono stati realizzati numerosi studi e ricerche sui giovani, sull’adolescenza "allungata" che richiede sempre più tempo ed energie per sfociare in uno status integrale e soddisfacente di adulto, si sono moltiplicati i convegni, le associazioni, le riviste scientifiche dedicate ai giovani. Eppure, ci troviamo davanti poche certezze e molti nuovi interrogativi: gli adolescenti oggi hanno problemi ed aspettative diversi da quelli delle generazioni precedenti, anche se il compito rimane lo stesso: vivere un periodo di transizione in cui esperire il più possibile e sviluppare una propria identità personale e sociale coesa e abbastanza stabile. La maggiore difficoltà è data dalla complessità delle società contemporanee, mutevoli e incapaci di fornire riferimenti valoriali assoluti, di dare concrete opportunità di autorealizzazione a tutti, in base alle mete proposte (o imposte) : successo, benessere, denaro, potere. Inoltre, i modelli teorici spesso non trovano riscontro nella metodologia e negli strumenti operativi a disposizione di chi quotidianamente lavora con e per i giovani. È necessario un approccio orientato sulla concretezza del quotidiano, una maggiore attenzione alla coordinazione tra agire pratico, responsabilità politico-istituzionale e riferimenti teorico-scientifici.
L'adolescenza "ci" riguarda
A livello istituzionale, per quanto in Italia abbiamo a disposizione leggi e regolamenti validissimi che forniscono principi, finalità e obiettivi operativi per la salute e lo sviluppo di bambini e adolescenti (dalla L. 285/97 alla 328/00, la legge regionale calabrese n. 23/03 di attuazione della 328, ecc…) c’è in realtà scarsa permeabilità tra conoscenze — ricerca sociale, analisi e comparazione di dati - e momento decisionale — politiche sociali e sanitarie. Le politiche socio-sanitarie nel nostro paese sono spesso formulate ignorando le acquisizioni delle indagini sociologiche a base empirica, per scarse conoscenze finalizzate al processo decisionale pubblico o per mancanza di correlazione tra i due momenti. Ciò si verifica perchè l’oggetto delle politiche e degli interventi è di pertinenza di una pluralità di discipline e figure professionali, ciascuna delle quali tende ad enfatizzare la sua specifica competenza perdendo di vista l’individuo nella sua globalità. L’adolescente, in quanto persona, è un intero non frammentabile, tuttavia è frammentata la preparazione dei vari professionisti nel campo dell’aiuto alla persona. In ambito formativo, l’unità diventa "corpo" per il medico, "psiche" per lo psicologo, "ruolo" sociale per il sociologo, "soggetto portatore di diritti e doveri" per l’avvocato.
Divisioni necessarie per acquisire conoscenza ma non si può evitare di ricomporre l’unità originaria, pena l’incomprensione e l’incapacità di affrontare e risolvere i problemi.
La risposta migliore, almeno fin ora, consiste nel realizzare il cosiddetto lavoro di rete, rete interna ai singoli servizi, ed esterna, più estesa, tra i diversi servizi ed enti, il volontariato, le associazioni, agenzie e istituzioni di ogni livello. La metodologia più adeguata è la progettazione partecipata che prevede il coinvolgimento di tutti i soggetti decisori, dei portatori d’interesse e di tutta la comunità: enti locali, famiglia, scuola, aziende commerciali e terzo settore.
L’adolescenza ci riguarda, in primo luogo perché è una tappa delle nostre vite fondamentale per la successiva, e poi perché l’adolescenza per definizione è crescita, è un processo continuo di sfide, dubbi, traguardi e nuovi obiettivi che ognuno, nella sua unicità, elabora nel confronto con gli altri, coetanei e non.
Elementi principali per una efficace prevenzione con adolescenti
Dalle molte ricerche riportate nella tesi, gli elementi principali su cui incentrare la prevenzione sono sicuramente:
- Una capillare e aggiornata informazione: sulla salute in generale, sulla sessualità, sulle dinamiche relazionali ed affettive, sulla partecipazione sociale e politica alla vita della comunità.
- La comunicazione efficace coi giovani: la capacità di ascolto empatico, di porsi in maniera professionale e concreta, di rispondere in modo adeguato e con riservatezza alle richieste ed ai bisogni reali o indotti, sono tutte doti essenziali per ogni "social worker".
- Servizi accessibili e specializzati nelle problematiche più diffuse: gravidanze precoci e indesiderate, abuso di droghe e alcool, disturbi dell’alimentazione, disadattamento e disturbi legati all’immagine corporea, prostituzione minorile, abusi e maltrattamenti, abbandono scolastico.
Sempre di più l’aspetto sociale, sanitario, preventivo e assistenziale s’intrecciano nella complessità della realtà che viviamo, connotata da instabilità e incertezza, da maggiori rischi di esclusioni e sperequazione, da domande di salute e tutela per bambini e adolescenti, più rispondenti ai loro tempi e spazi, adeguati ai nuovi scenari familiari e sociali.
L’approccio multidisciplinare è sicuramente il più consono alla comprensione del complesso mondo dell’adolescenza, implica un grande investimento nella cooperazione tra settori e collaborazione tra diversi professionisti, tutti ugualmente importanti per la presa in carico del ragazzo o ragazza che vive un disagio o è a rischio di patologie: medici, psicologi, assistenti sociali e sanitari, sociologi, avvocati e giudici minorili, volontari laici e cattolici, insieme dovrebbero tessere una rete che offra sostegno, ascolto ed aiuto effettivi ai ragazzi, supporto e consulenza agli adulti.
La prevenzione parte dalle famiglie e coinvolge servizi competenti (o viceversa)
L’assenza o l’insufficienza di centri e servizi di prevenzione (e cura) per gli adolescenti, porta ad un ripiegamento sulla famiglia e sul gruppo amicale. Le strutture pubbliche non hanno un ruolo incisivo ed è scarsa la fiducia verso le figure classiche di riferimento: psicologi - psichiatri - medici generici. In mancanza di adulti e servizi fidati e sicuri, in genere i ragazzi si rivolgono a chi sta loro più vicino: la famiglia, oppure gli amici. Ritroviamo il "ciclo di salute familiare" secondo il quale, la famiglia svolge un ruolo di mediazione tra i suoi componenti ed i servizi territoriali ed è vista come principale produttore di benessere. Di solito, la famiglia, quando non è essa stessa fonte di conflitti gravi e abusi, è la prima a rilevare eventuali disagi o problemi ed a contattare i servizi competenti.
Ma la famiglia oggi è profondamente cambiata, - separazioni e divorzi in aumento, basso tasso di nascite (in Italia è il più basso d’Europa, 9,4 per mille) precarietà del lavoro e maggiore incertezza nelle relazioni interpersonali e sul futuro — è inadeguata ad affrontare da sola le problematiche adolescenziali. Da qui l’opportunità e l’utilità di avvicinare gli adolescenti ai servizi, migliorandone l’accesso, la visibilità e la disponibilità (tempi, spazi e campagne informative mirate), garantendo competenza, personale specializzato e preparato alla comunicazione coi giovani, la qualità di strutture e iniziative, la riservatezza. Queste le sfide per un programma di prevenzione sociale rispettoso dei bisogni e delle aspettative dei ragazzi.
Le agenzie di socializzazione formano una rete relazionale in cui ogni adolescente è immerso, nessun nodo è predominante sugli altri perché una rete debolmente connessa o "fallata" finisce per essere autoreferenziale e perde funzionalità. Quindi i servizi socio-sanitari, pubblici e privati, devono tenere in considerazione tali reti e cogliere ogni opportunità d’inserirsi al loro interno e offrire risposte adeguate agli individui e alle famiglie.
Bisogna rafforzare i canali d’informazione, le connessioni, attraverso le buone prassi consolidate o innovative, tra esigenze dei giovani e risposte istituzionali. Per questo assumono particolare rilevanza quelle professioni di "confine" - assistente sociale, medico di base, insegnante - che favoriscono l’accesso ad una rete di servizi articolata, forniscono quella fiducia nelle istituzioni che solitamente i giovani non hanno, diventando importanti recettori delle forme e delle motivazioni del disagio e delle speranze degli adolescenti. C’è ancora tantissimo da fare!

Le pulsioni. Disagio, disadattamento e devianza


Le pulsioni
La scoperta di nuovi fenomeni caratterizzati dalla coazione a ripetere situazioni spiacevoli (il che contrasta con l'idea che la psiche sia messa in moto solo dalla libido e dal principio di piacere) indusse Freud dopo il 1920 a formulare una nuova teoria delle pulsioni, basata sul conflitto tra pulsioni di vita e pulsioni di morte (Al di là del principio del piacere, 1920).
Per Freud la pulsione è da intendersi come eccitazione di matrice somatica che promuove i processi psichici, concetto quindi diverso da quello di istinto (con cui le prime traduzioni italiane, seguendo quelle inglesi, l'hanno confusa): la pulsione si esplica in maniera assai plastica, mentre l'istinto ha un rapporto rigido e predefinito con l'oggetto a cui mira. Infatti la pulsione è suscettibile di soddisfarsi attraverso i più disparati oggetti, inoltre può volgersi sulla persona del soggetto e trasformarsi da attiva in passiva (per esempio nel masochismo). La pulsione per eccellenza in questo senso è quella sessuale, della quale Freud mostrò quanto essa possa prescindere nella specie umana dalla finalità riproduttiva e come inoltre ad essa concorrano più pulsioni parziali, in funzione della zona esogena interessata. Freud si riferì alla pulsione sessuale anche con il termine di libido: essa è un concetto centrale nelle considerazioni “economiche” di Freud, quelle cioè concernenti il bilancio delle energie in gioco nei processi psichici e la loro quantificazione (uno dei termini più controversi della psicoanalisi). La libido può risultare desessualizzata come nei processi di sublimazione, in cui si rinuncia alla soddisfazione sessuale, e nel narcisismo, in cui investe la propria persona. Non copre per Freud tutto il campo psichico: alla libido si oppongono le pulsioni di autoconservazione (la cui energia Freud chiama “interesse”) e le pulsioni di morte, dotate di una specifica energia che qualche discepolo chiamò “destrudo”. Nella sua ultima teoria delle pulsioni, nel 1920, Freud indica con il termine eros l'insieme delle pulsioni sessuali (che servono alla specie) e quelle di autoconservazione (che servono all'individuo): questi due tipi di pulsioni, in precedenza contrapposti dallo stesso Freud, sono da lui accomunati perché sono pulsioni che operano per la vita e si oppongono alla pulsione di morte. Jung contestò la connotazione sessuale della libido, che riteneva invece una più generale forma di energia psichica, presente in tutto ciò che è tendenza verso qualcosa: la libido occupa l'intero campo psichico, e la sessualità ne è solo un caso. La divergenza della teoria sulla libido fu tra i motivi di rottura tra Freud e Jung.
Si suole scomporre la pulsione in una fonte, cioè la parte del corpo da cui essa origina; una spinta, cioè l'energia di cui si alimenta (libido nel caso della pulsione sessuale) un oggetto, che è ciò attraverso cui si soddisfa (un oggetto reale, ma anche delle mere rappresentazioni, come nel sogno); e una meta che consiste nel soddisfacimento. La natura psichica o somatica della pulsione è questione controversa, ponendosi essa a cavallo tra le richieste del corpo e la soddisfazione tramite la mente. La soluzione proposta da Freud nel 1915 è di ritenere la pulsione di per sé somatica, in quanto è un'eccitazione proveniente dal corpo, mentre a livello psichico essa trova espressione in un elemento ideativo, la rappresentazione (cioè l'immagine dell'oggetto che la soddisfa): quest'ultima propriamente, e non la pulsione, è soggetta ai vari processi psichici di rimozione, condensazione, spostamento e via di seguito.

Disagio, disadattamento, devianza.
Sempre più spesso, ci capita di non distinguere più i reali significati dei termini, utili a dare il giusto peso al nostro lavoro di operatori sociali.
Così, il termine "devianza" appare facilmente sostituibile da quello del "disagio", oppure il "disadattamento" con quello di "emarginazione".
In realtà, per comprendere correttamente questi termini occorre comprendere quelle profonde trasformazioni che hanno caratterizzato la nostra società negli ultimi decenni e mi riferisco soprattutto agli effetti che si sono ripercossi nell'universo minorile e adolescenziale.
E'avvenuta, sicuramente, una modifica nel rapporto tra mondo dell'infanzia e quello degli adulti, una modifica nel rapporto dei più giovani con la famiglia e la società.
Nuove forme di disagio e povertà, oggi incombono su questo universo ed incidono in modo decisivo sulla qualità della vita, rendendo necessari interventi di sostegno nel percorso del minore.
Nel nostro specifico, potremmo attribuire all'allentarsi delle relazioni significative, alla scarsa frequenza dei rapporti di tipo primario, all'inadeguatezza e alla precarietà delle relazioni familiari, alcune delle cause principali che aprono il canale del rischio ai giovani.
Così, i vari soggetti istituzionali sono chiamati a riconsiderare le loro funzioni, le modalità di attuazione degli interventi e le pratiche operative, al fine di poter rispondere in modo coerente alle esigenze di questa particolare fascia d'età.
In tal senso, nasce l'esigenza, sia nel mondo accademico, sia in quello dei servizi di attribuire ad ogni termine il corretto significato.
Così, dei termini come disagio, emarginazione, povertà, spesso dimentichiamo il contenuto originario o la loro storia e tendiamo ad utilizzarli come sinonimi intercambiabili.
In effetti, quasi sempre siamo convinti che essi abbiano lo stesso significato, forse perché essi condividono una matrice ed origine comune che va ricercata nel filone di studi sociologici che fanno riferimento alla devianza e al controllo sociale.
Il concetto di devianza ha subito nel corso degli anni un processo di "normalizzazione", che ha portato alla sua dissolvenza teorica ed alla nascita di una nuova categoria, quella del disagio.
Tale processo vuole rappresentare quell'orientamento in base al quale si è cercato di rispondere all'esigenza di introdurre un approccio maggiormente cauto verso quei comportamenti che non sono necessariamente riconducibili alla semplice riproduzione di norme e valori del sistema sociale degli adulti o in contrapposizione ad essi.
In tal senso, ci sembra doveroso in conclusione, analizzare i quattro periodi fondamentali che caratterizzano il malessere giovanile (Allum, Diamanti, 1986):
- in un primo periodo, che orientativamente si colloca negli anni sessanta, assistiamo alla sempre più forte presenza di manifestazioni organizzate e visibili dell'insoddisfazione giovanile. I giovani, innanzitutto, cominciano a porre seri problemi di controllo sociale e a farsi portavoce delle trasformazioni sociali di quei tempi. Nasce così un primo interesse della ricerca sociale nei loro confronti;
- negli anni settanta, i giovani sono attori passivi del diffondersi della disoccupazione giovanile e attori attivi della rivoluzione elettorale che provocò un aumento dei consensi nei confronti della sinistra. Ma la categoria giovanile viene anche considerata come "classe" sfruttata dal mercato del lavoro e dell'industria, una classe priva di diritti e opportunità. Lutte (1984) propose uno schema interpretativo secondo il quale l'adolescenza sarebbe stata un fenomeno socialmente costruito e basato su una condizione di emarginazione imposta da una società in cui il potere era detenuto da minoranze privilegiate.
E' proprio questa condizione di esclusione che, secondo Lutte, porta alla categoria del "disagio giovanile" e alla conseguente contestazione oppure alla devianza;
- nella terza fase, si diffondono varie linee interpretative. I giovani vengono considerati un problema degli adulti che, di fronte ad un futuro incerto, si interrogano su come potrà essere ed investono i figli delle loro attese e speranze. In questa fase, degli anni ottanta, si introduce la convinzione che il concetto di disagio sia sintomo della difficoltà degli operatori e dei ricercatori di inquadrare il malessere diffuso fra i giovani;
- la quarta fase, infine, stabilisce il progressivo dissolversi del concetto di disagio a causa dell'estendersi dei suoi vari significati. Si può quindi definire il disagio come frutto dell'incapacità di trovare una soluzione alla contraddizione fra "centralità soggettiva e marginalità oggettiva" (Garelli, 1984). D'altra parte il disagio giovanile può anche essere visto come l'espressione della fatica di prendere decisioni e di compiere scelte in un contesto sociale sempre più flessibile, differenziato e composito.
Conformismo e devianza sono aspetti diversi del medesimo problema. All'interno di qualunque contesto sociale occorrono norme che disciplinino il comportamento individuale, ma la presenza di tali norme implica, inevitabilmente, che i comportamenti difformi dalla norma siano definiti devianti. L'atteggiamento delle società nei confronti della devianza si è venuto modificando nel corso del tempo anche grazie al contributo della ricerca sociologica.

Per secoli si è pensato che l'unico modo di rispondere a fenomeni di devianza, di qualunque entità, fosse di tipo repressivo e di esclusione dalla comunità. Oggi il tentativo è di comprendere i comportamenti devianti anche all'interno delle condizioni sociali e culturali in cui si manifesta, senza limitarsi a isolare chi mostra una condotta deviante, ma tendendo a recuperarlo alla comunità.
Ladri, prostitute, individui deformi, assassini, ragazze-madri, portatori di handicap, malati mentali, truffatori, giovani delinquenti hanno costituito per secoli una categoria di esseri "inferiori", relegata nelle diverse "corti dei miracoli". Il termine devianza riporta alla mente immagini di sofferenza ed emarginazione presenti, seppure in modi diversi, all'interno di ogni società. Ma quali sono le origini di questo fenomeno? Perché si riscontra in società per altri aspetti tanto differenti? Esiste una funzionalità della devianza alla società stessa? Chi sono i devianti? Quali sono gli effetti degli strumenti di controllo sociale impiegati nei loro confronti?
Già nei livelli più elementari di interazione sociale sono presenti regole, norme, leggi implicite o esplicite che regolano il comportamento degli individui. La società umana non potrebbe infatti sussistere se non esistessero dei canoni di comportamento che disciplinano l'azione dei soggetti. La sopravvivenza di una società, dunque, richiede che siano messe in atto strategie che consentano l'assimilazione delle norme proprie di quel contesto sociale e garantiscano l'adeguamento a esse da parte dei suoi membri.
Va notato che il valore delle norme non è sempre lo stesso, così come l'eventuale violazione delle norme non ha sempre la stessa importanza. Attraversare la strada al di fuori delle strisce pedonali, per esempio, costituisce senz'altro un'infrazione, ma normalmente tale infrazione viene considerata meno grave del commettere, poniamo, un furto. Alcune norme richiedono un comporatamento tassativo (fermarsi al semaforo rosso), altre sono invece elastiche e consentono diversi comportamenti (per esempio, l'abbigliamento da indossare in discoteca può variare notevolmente). Normalmente si distingue tra due grandi raggruppamenti: mores (costumi) e folkways (usi).
Con il termine folkways si indicano gli usi più consuetudinari di una società, quelle che, se disattese, provocheranno una forte reazione di disapprovazione nei confronti del responsabile dell'infrazione. Esempi di mores, invece, sono le leggi che riguardano la proibizione dell'omicidio o dello stupro, o quelle che regolano la proprietà privata e la tutela dei minori. Si tratta in questo caso di norme essenziali su cui si fonda la coesione stessa della società e senza le quali si rischierebbe il dissolvimento della vita sociale.
Non tutte le norme presenti all'interno di un raggruppamento umano hanno perciò la stessa natura: talvolta, infatti, si può incorrere in regole meno importanti, la cui violazione non implica ripercussioni particolarmente gravose per l'autore dell'infrazione. Per esempio, il fatto di andare al lavoro con un abito da sera costituisce un tipo di infrazione che probabilmente si tenderà a reprimere con lo scherno o il richiamo da parte degli altri, ma non ha le stesse conseguenze dell'andare al lavoro nudi. Nel primo caso si tratta infatti di violare un folkway, mentre nel secondo uno dei mores (si infrange, infatti, la morale sessuale). I casi di folkways sono molteplici: si mangia con le posate, si indossano scarpe uguali (e non, poniamo, una di un colore diverso da quello dell'altra), di mattina si saluta con la frase "buon giorno" e non "buona notte" ecc. Normalmente i sistemi legislativi perseguono chi infrange i mores, mentre l'infrazione dei folkways può generare scherno, disprezzo, ironia, ma anche riso o indifferenza.

Analisi di alcuni CCNL applicati alle professioni sociali (aggiornato al marzo 2009 su dati Formez).


La ricerca è stata condotta, a campione, su 14 contratti collettivi che rappresentano significativamente sia la varietà di organizzazioni pubbliche e private che erogano servizi socio-assistenziali, sia i diversi settori di attività nei quali possono essere impegnati lavoratori che possono rientrare nella categoria generale degli operatori sociali.
Dei 14 contratti collettivi analizzati, 10 disciplinano il rapporto di lavoro dipendente presso strutture che operano nell’ambito più ampio dei servizi sociali, sanitari, sociosanitari, socio-assistenziali, socio-educativi e formativi; a essi si aggiungono ulteriori contratti collettivi; 1 per ciascuno dei seguenti ambiti più ristretti di attività: servizi educativi e di assistenza e beneficenza dipendenti dall’autorità ecclesiastica; servizi socio-assistenziali e culturali, sport, turismo e tempo libero; servizi di assistenza domiciliare. Per l’indicazione in dettaglio dei contratti analizzati, si rinvia alla tabella che segue:

Ambiti di attività                              Contratti collettivi
Servizi sociali, sanitari,
socio-sanitari, socio-assistenziali,
socio-educativi
e formativi

- Personale dipendente delle strutture associate all’Associazione Nazionale
di famiglie di disabili intellettivi e relazionali (CCNL ANFFAS);
- Personale dipendente delle Associazioni denominate o aderenti all’Associazione italiana assistenza spastici (CCNL AIAS);
- Personale dipendente dell’Associazione nazionale pubbliche assistenze (ANPAS) e delle organizzazioni operanti nell’ambito socio-sanitario, assistenziale, educativo (CCNL ANPAS);
- Personale dipendente di Associazioni ed iniziative organizzate, operanti nel campo socio – sanitario – assistenziale -educativo nonché di tutte le altre istituzioni di assistenza e beneficenza aderenti all’Associazione nazionale strutture terza età, ivi comprese le ex IPAB de pubblicizzate (CCNL ANASTE);
- Personale dipendente degli enti, delle opere, degli istituti costituiti nell’ambito dell’ordinamento valdese (CCNL enti, opere e istituti valdesi);
- Personale dipendente delle Misericordie d’Italia e delle strutture loro collegate e delle Associazioni di volontariato che ne sottoscrivano l’adesione (CCNL Misericordie);
- Personale dipendente delle cooperative sociali e di quelle operanti nel settore socio-sanitario-assistenziale-educativo e di inserimento lavorativo (CCNL Coop. Servizi socio-sanitari e educativi);
- Personale non medico dipendente di Case di cura, IRCCS, Presidi, Ospedali classificati, Centri di riabilitazione e R.S.A. a carattere prevalentemente sanitario, associati all’Associazione italiana spedalità privata, all’Associazione religiosa istituti socio-sanitari e alla Fondazione Don Carlo Gnocchi (CCNL AIOP, ARIS, Don Gnocchi);
- Personale dipendente del Servizio sanitario nazionale (CCNL SSN);
- Personale dipendente delle Associazioni e iniziative organizzate, operanti nel campo assistenziale, sociale, socio-sanitario, educativo, di tutte le altre Istituzioni di assistenza e beneficenza aderenti all’Unione Nazionale Istituzioni e Iniziative di assistenza sociale (CCNL UNEBA).
Servizi educativi e di
assistenza e
beneficenza dipendenti
dall’autorità
ecclesiastica

- Personale dipendente degli Istituti operanti nel campo del sociale, per
attività educative, di assistenza e di beneficenza, nonché di culto o
religione dipendenti dall’autorità ecclesiastica (CCNL AGIDAE –
Associazione gestori Istituti dipendenti dalla autorità ecclesiastica).

Servizi socio
assistenziali e culturali

- Personale non dirigente del comparto Regioni e Autonomie locali (CCNL
Regioni – EELL).
Cultura, Sport, Turismo
e Tempo libero
- Personale dipendente delle Aziende dei servizi pubblici della cultura, del
turismo, dello sport e del tempo libero (CCNL Aziende servizi pubblici,
cultura, turismo, sport e tempo libero).

Servizi di assistenza
domiciliare

- Prestatori di lavoro, comunque retribuiti, addetti al funzionamento della vita
familiare e delle convivenze familiarmente strutturate (CCNL Lavoro
domestico).


La prima considerazione, che è analoga alla parte di ricerca che ha analizzato la produzione normativa sulle professioni sociali, è la frammentarietà delle figure professionali oggetto della disciplina contrattuale. In altri termini, emerge un quadro molto articolato e diversificato delle figure professionali, in parte derivante apparentemente da mere differenze terminologiche, nel senso che dietro a talune figure denominate in maniera differente da ciascun contratto collettivo, si cela la medesima attività lavorativa.
Prova di ciò si ricava dalla dimensione quantitativa delle figure professionali citate nei contratti collettivi, descritte nell’allegata tabella riepilogativa. Si consideri che, nei 14 contratti esaminati, emergono ben 84 figure professionali, delle quali 55 (pari al 65% del totale) sono citate una sola volta e 15 (pari al 17%) sono citate 2 volte. Ciò significa che
solo 14 figure professionali (pari al residuo 18%) sono citate nei contratti più di 2 volte.
L’analisi sulle citate figure professionali è stata condotta con riferimento ai seguenti elementi: inquadramento, mansioni, requisiti di accesso/competenze professionali, progressione economica, retribuzione base.
Prima della loro lettura, appare utile tenere conto di alcune considerazioni preliminari.
La scelta dei 5 items indicati è stata effettuata per offrire un’analisi il più possibile completa e significativa, non essendo nessuno degli items da solo in grado di fornire indicazioni in assoluto esaustive. Per quanto riguarda l’inquadramento, emerge una non immediata comparabilità degli inquadramenti dei diversi contratti, che deriva in parte dalla diversa denominazione utilizzata; si va, infatti, dalle aree alle categorie o ai livelli.
Peraltro, occorre tener conto anche della diversa articolazione dei livelli o categorie di inquadramento: si va dai sistemi di inquadramento che classificano il personale in 4 categorie (è la soluzione di taluni contratti collettivi relativi ai comparti del pubblico impiego) a quelli che “spalmano” le figure professionali in 6 o 7 categorie di inquadramento. Ecco perché si è ritenuto opportuno inserire, tra gli items di confronto, la retribuzione base, elemento che traduce in termini economici gli effetti dell’inquadramento. La significatività del confronto, su questo ultimo dato, va valutata
tenendo presente che la retribuzione base è uno, non l’unico, degli elementi che caratterizzano la dimensione economica dell’inquadramento e che le differenze tra le retribuzioni base possono inoltre essere dovute ai differenti periodi\ di vigenza contrattuale dei contratti collettivi analizzati. Sempre a proposito dell’elemento retributivo, si sottolinea che emerge una maggiore differenziazione retributiva, tra i diversi contratti collettivi, con riferimento alle figure professionali con inquadramento più elevato, tra quelle analizzate.
Per quanto riguarda le mansioni, l’analisi offre informazioni interessanti per definire il contenuto di ciascun profilo professionale anche se le differenze non sono particolarmente significative tra i contratti collettivi. Occorre, peraltro, tener conto del fatto che il mansionario è generalmente riferito alla categoria o al livello di inquadramento nel suo complesso e non ai singoli profili professionali, che i contratti collettivi esaminati, come già evidenziato in precedenza, citano a titolo meramente esemplificativo.
Differenze più nette emergono dal confronto relativo all’item requisiti di accesso/competenze professionali. In questo caso, vi sono contratti che indicano esplicitamente il titolo di studio per il riconoscimento di una specifica figura
professionale, talvolta rinviando alla relativa normativa di fonte ministeriale; in altri casi, i contratti si limitano ad indicare le competenze professionali necessarie per l’esercizio di una determinata attività, facendo riferimento prevalentemente alla categoria o al livello di inquadramento nel suo complesso.
Per quanto riguarda, infine, le modalità di progressione economica, va segnalato che non mancano casi di contratti collettivi che prevedono tuttora automatismi, prevalentemente con riferimento alle figure professionali con inquadramento più basso.
La tendenza quasi generale è verso la progressiva eliminazione degli automatismi, attraverso l’introduzione di procedure di valutazione tendenti a premiare l’accresciuta professionalità dei dipendenti; la determinazione in concreto delle procedure è demandata generalmente alla contrattazione collettiva integrativa aziendale, talvolta
sulla base di criteri fissati dalla contrattazione collettiva nazionale.
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