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lunedì 21 maggio 2012

LA FORMAZIONE PROFESSIONALE E IL FSE. CASI A CONFRONTO


di Giuseppina D’Auria                             

gdauria2000@yahoo.it


La Pubblica Amministrazione è oggi chiamata a rispondere a criteri di efficacia, efficienza ed economicità nella gestione del bene pubblico, ad erogare servizi con trasparenza e rapidità, a diventare elemento decisivo nella crescita economica e sociale del territorio.
Una serie di interventi normativi pongono l'attenzione sull'importanza della
formazione del personale interno come strumento per sollecitare, coadiuvare e favorire tali processi innovativi.
Alcuni Enti di Formazione, ad esempio IFOA[1], sostengono il settore pubblico nel processo di modernizzazione attraverso un'ampia scelta di prodotti formativi (corsi e seminari) e consulenziali (servizi e infrastrutture), basati sulle esigenze e gli obiettivi che le pubbliche
amministrazioni devono raggiungere.
La formazione professionale sta assumendo sempre più un'importanza strategica nel mondo produttivo. Essa viene incontro, da una parte, ai fabbisogni formativi espressi dalle aziende; dall'altra alle esigenze dei giovani di acquisire competenze e dei lavoratori di mantenersi aggiornati ai continui cambiamenti del mercato.
Il Fondo Sociale Europeo[2] cofinanzia corsi di formazione professionale e azioni di orientamento organizzati da centri di formazione professionale pubblici, da enti privati convenzionati e da imprese. I corsi vengono organizzati a tutti i livelli: post-scuola dell'obbligo, post-diploma, post universitari (compresi master). In base alla normativa nazionale sul decentramento la gestione operativa in materia di formazione e politiche attive per l'occupazione è passata di competenza alle regioni. 
Il Fondo Sociale Europeo incentiva anche la formazione continua intesa come adeguamento dei lavoratori, in particolare quelli minacciati dalla disoccupazione, in cassa integrazione o in mobilità, alle trasformazioni industriali e all'evoluzione dei sistemi produttivi. Vengono dunque cofinanziate azioni di formazione e riqualificazione professionale, attività di orientamento e di consiglio, lo sviluppo di sistemi di formazione innovativi e aggiornamento o riqualificazione dei formatori, tenendo particolare conto dei bisogni delle piccole e medie imprese. 
Oltre alle attività cofinanziate dal Fse esiste anche un sistema nazionale di formazione continua regolato dalla legge 236/93. La legge prevede che il Ministero del Lavoro, le Regioni e le Province Autonome possano finanziare attività destinate a:
·       Operatori e formatori dipendenti degli Enti di formazione (ex legge 40/87);
·       Lavoratori dipendenti da aziende beneficiarie dell'interventi straordinario di integrazione salariale;
·       Lavoratori dipendenti da aziende che contribuiscono in misura non inferiore al 20% del costo delle attività;
·       Lavoratori iscritti nelle liste di mobilità;
·       Soggetti privi di occupazione e iscritti alle liste di disoccupazione che hanno partecipato ad attività socialmente utili.
Un'importante novità introdotta nel nostro sistema (circolari 37/98, 139/98 e 51/99) riguarda la possibilità, in aggiunta ai progetti presentati dalle imprese, di finanziare percorsi di formazione individuale per singoli dipendenti.  I corsi di formazione professionale sono un'opportunità che l'UE offre gratuitamente in collaborazione con il Ministero del Lavoro e gli enti locali.
Da qualche anno l’Unione Europea tramite il Fondo Sociale Europeo (FSE) finanzia numerosi corsi di formazione professionali gratuiti. L’offerta, spesso attuata in collaborazione con il Ministero del Lavoro, le regioni o le province, si attua su più livelli andando ad accontentare una fascia sempre più ampia di giovani e di disoccupati; essa infatti va a rivolgersi a partire dai soli possessori di licenza di terza media fino ai laureati.
I requisiti per poter accedere al corso sono di solito indicati nei bandi; una volta spedita la domanda di ammissione si attenderà la selezione (di solito un test attitudinale scritto e un colloquio orale). La durata del corso si misura in ore e bisogna in media non superare il 25% delle ore di assenza per non essere esclusi. Dopo una formazione teorica in aula è di solito previsto un periodo di stage in azienda per mettere in pratica quanto si è imparato in precedenza. Al termine del corso sarà rilasciato un attestato di frequenza oppure, nel caso di esami, un certificato di qualifica professionale.
Il Fondo Sociale Europeo fa parte dei Fondi strutturali ed è uno degli strumenti di supporto finanziario messo a disposizione degli Stati membri dall’Unione europea per realizzare programmi di formazione professionale: è un’opportunità per accrescere e migliorare l’occupazione e per adeguare le competenze dei lavoratori e delle lavoratrici alle trasformazioni industriali. Ma non solo, perché il FSE prevede una componente essenziale della politica sociale dell’Unione: si occupa infatti di formazione, nel senso più ampio del termine con interventi rivolti a chi, donne e uomini, sono alla ricerca di lavoro, a coloro che da lungo tempo sono disoccupati, ai lavoratori in mobilità, ai cassaintegrati, agli immigrati e per tutti coloro che rischiano l’esclusione sociale.
Il FSE è stato il primo fra i fondi strutturali a prendere in considerazione la questione della parità di opportunità , ma altri Fondi strutturali operano a livello comunitario con il FSE e contribuiscono a realizzare le politiche di coesione, dialogo sociale e di sviluppo delle risorse umane.
Tutte le azioni sostenute dai fondi possono quindi contribuire, direttamente o indirettamente, alla promozione della parità. Il Fondo sociale europeo[3] è uno dei quattro Fondi Strutturali a cui nel periodo di programmazione 1994-1999 sono stati destinati complessivamente 156 miliardi di ECU. All’Italia spettano circa 18mila milioni di ECU. IL FSE è teso a sviluppare le risorse umane e a migliorare il mercato del lavoro. All’Italia sono stati destinati 5.328 milioni di ECU. IL FESR[4]  è teso a ridurre le disparità infrastrutturali fra le regioni della Comunità. All’Italia sono stati destinati 10.571 milioni di ECU. IL FEAOG[5] è teso a favorire lo sviluppo e la diversificazione delle zone rurali dell’Unione. All’Italia sono stati destinati 2.637 milioni di ECU. Lo SFOP[6] è teso a promuovere la ristrutturazione di questo settore e a favorire l’occupazione. All’Italia sono stati destinati 230 milioni di ECU.
L'Iniziativa Occupazione fa parte del FSE e rivolge l’attenzione all’inserimento lavorativo di alcune categorie considerate deboli: le donne (Iniziativa Occupazione NOW[7]), i giovani (Iniziativa Occupazione YOUTHSTART[8]), gli svantaggiati (Iniziativa Occupazione HORIZON[9]), gli esclusi (Iniziativa Occupazione INTEGRA[10]), mentre l’Iniziativa comunitaria ADAPT affronta l’aspetto della qualificazione e riqualificazione delle risorse umane dell’impresa.
Sono 18 milioni i cittadini europei alla ricerca di una professione; si tratta di giovani ragazze e ragazzi con titolo di studio o precocemente usciti dai percorsi scolastici istituzionali, ma anche di persone con alle spalle esperienze lavorative più o meno lunghe e diversamente qualificate, di uomini e di donne da lungo tempo disoccupate e di individui che rischiano di perdere la certezza di un posto di lavoro. E nel processo di ridefinizione del sistema di welfare l’Europa dichiara che il nuovo stato sociale non potrà essere chiamato tale se non sarà in grado di offrire lavoro. Se il binomio risorse umane e mercato del lavoro è il filo conduttore del Fondo sociale europeo, l’elemento di novità portato dalla riforma dei Fondi del 1993, è dato dall’inserimento delle politiche di pari opportunità in ogni suo obiettivo e asse.
 Il Regolamento di applicazione del FSE riconosce il principio di trasversalità, vi si legge infatti che  gli Stati membri e la Commissione assicurano che le azioni realizzate a titolo dei vari obiettivi rispettino il principio della parità di trattamento per uomini e donne..." ma, mentre i verbi che caratterizzano il FSE sono promuovere - formare - qualificare - facilitare - favorire - inserire - riconvertire – rafforzare la storia recente deve fare i conti con una cultura di disuguaglianze che fatica ad essere superata.
 Si può e si deve quindi analizzare il FSE come strumento di promozione di una democrazia matura, che presuppone la differenza di genere tra uomo e donna, partendo dalla penalizzazione che i soggetti femminili hanno avuto e valorizza la diversità fra maschi e femmine per crescere insieme e per realizzare un reale progresso comunitario. Donne e uomini che vogliono lavorare meglio e lavorare tutti. Una particolare attenzione è rivolta a due categorie: i disoccupati di lunga durata e i giovani in cerca di prima occupazione.
Nel primo gruppo si ritrovano persone prive di un’occupazione da almeno 12 mesi e che comunque rischiano di essere disoccupate per un lungo periodo. Si tratta, ad esempio, di donne e uomini che hanno perso il lavoro, sono privi di un titolo di studio o sono in possesso di un titolo debole. Ci sono diplomi o qualifiche oggettivamente poco spendibili sia in rapporto all’attuale mercato del lavoro, sia nei confronti delle trasformazioni in atto. Come dimostrano le statistiche a livello europeo e nazionale, questi percorsi formativi coinvolgono soprattutto l’universo femminile e accrescono la marginalità ai fini professionali. Vi sono anche i cassaintegrati o gli iscritti alle liste di mobilità.
L’attenzione particolare che viene rivolta alle donne per questa prima fascia di destinatari è dettata da dati oggettivi. Ricerche condotte dall’ISFOL[11] dimostrano infatti che nel biennio ‘94-’95 fra le persone che hanno seguito i corsi finanziati dal FSE[12] il 44% circa era donna. E si è trattato in larga maggioranza, 62,7% di disoccupate di lunga durata.
Quando si parla invece dell’universo giovani, si pensa a ragazze e ragazzi prossimi ad uscire dalla scuola dell’obbligo o che l’hanno abbandonata, agli apprendisti assunti con contratti di formazione lavoro, agli studenti di istituti tecnici, di scuole professionali, di istituti superiori e universitari, di qualificati, di diplomati o di neolaureati e anche di giovani che vogliono seguire una specializzazione post laurea. Il curriculum scolastico, come è stato ricordato, non annulla le discriminazioni fra donne e uomini, ma è sicuramente una opportunità da non sottovalutare.
Tra i destinatari degli interventi del FSE non sono neppure dimenticate le persone che, pur mantenendo un posto di lavoro, rischiano però di esserne escluse. Si parla infatti esplicitamente di occupati che svolgono una professione, ma sono prossimi a perderla o vogliono migliorarla. Anche questo è un segmento della popolazione interessante ai fini della parità di trattamento tra uomini e donne. I dati storici dimostrano che tra le occupate c’è una minore propensione all’aggiornamento e alla riqualificazione. Questo dato interessa poco le giovani, ma coinvolge le donne mature, con titoli di studio deboli che per ragioni culturali, sociali e familiari sono meno propense ad investire in campo professionale.
Il binomio esclusione sociale ed esclusione dal mercato del lavoro in alcuni casi diventa un tutt’uno, perché accanto agli adulti disoccupati il FSE si interessa anche di immigrati, di nomadi, di migranti, di portatori di handicap, di tossicodipendenti, di detenuti o di ex carcerati.
Ma non è un Fondo destinato solo a soggetti "deboli" o potenziali tali, perché sono inseriti anche coloro che avvertono la necessità o l’urgenza di adeguarsi alle trasformazioni industriali e all’evoluzione del sistema di produzione, come gli occupati che scelgono di qualificare meglio la loro professione, così da rafforzare la condizione lavorativa o da aprirsi nuovi orizzonti occupazionali. I soggetti ai quali si rivolge il FSE non rientrano solo nella categoria dei lavoratori dipendenti, ma anche degli autonomi e dei professionisti.
E’ emersa in modo prepotente una tipologia di donne che occupa uno spazio particolare fra l’utenza del FSE: sono le imprenditrici o le aspiranti tali che danno corpo a quel fenomeno tipicamente italiano legato alla creazione di microimprese e/o imprese artigiane.
Ma il FSE sarebbe ancora insufficiente se non tentasse anche di rafforzare il potenziale umano in materia di ricerca scientifica e tecnologica e se dimenticasse di formare i formatori, i funzionari per l’attuazione delle politiche di sviluppo e di adeguamento strutturale.
Come è stato ricordato dentro queste categorie uguale attenzione è rivolta agli uomini e alle donne, anche se non mancano riferimenti specifici alle politiche di pari opportunità a favore dell’universo femminile. Ci sono infatti settori in cui l’occupazione femminile è sottorappresentata, ed è infatti a queste aspiranti che il FSE si rivolge, così come alle donne che hanno conseguito un diploma difficilmente spendibile nell’attuale mercato del lavoro, o a coloro che dopo una lunga assenza, dovuta per esempio alla maternità o alla cura di anziani, desiderano tornare ad avere una professione retribuita.
Per il loro reingresso nel mondo del lavoro il FSE individua percorsi di reinserimento che hanno un duplice obiettivo: un’analisi personale e una socio-economica. Serve valutare le risorse, le preferenze e i condizionamenti personali, così come bisogna verificare le possibilità e i limiti del mercato del lavoro. Questa categoria di donne necessita di un approccio metodologico e di un’attenzione particolare. Serve, per esempio, un’organizzazione flessibile in campo formativo come pure la definizione di percorsi complessi di accompagnamento.


[1] Notizie informative sul Sito web dell’ente di formazione IFOA, in www.ifoa.it.
[2] Fondo Sociale Europeo, in www.welfare.it.

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